L’antropologia e la ricerca antropologica applicata ai centri e alle strutture dell’accoglienza sono un modo per migliorarne la funzione sociale e umana. Nel suo contributo al dibattito  intitolato Collaborare o Rigettare? L’arcipelago dell’accoglienza e il “mestiere d’antropologo”, avvenuto sulla rivista “Antropologia Pubblica”, Sebastiano Ceschi invita infatti a collaborare e usare la ricerca antropologica per trasformare le strutture nelle quali risiedono richiedenti asilo e rifugiati da luoghi di esclusione in centri promotori di una nuova socializzazione dal basso.

L’antropologo può essere quella presenza operativa all’interno dei centri di accoglienza che presenta una doppia utilità: da un lato grazie al suo bagaglio scientifico è capace di mettere in luce le logiche istituzionali e sociali che reggono il sistema di accoglienza svelandone le “istruzioni segrete e i loro effetti concreti sull’ambiente circostante”, composto quest’ultimo l’insieme degli ospiti, degli operatori, dei responsabili, le istituzioni, la società o l’opinione pubblica.

Dall’altro lato, secondo Ceschi, l’antropologo coinvolto nelle pratiche quotidiane dell’accoglienza può affrontare due compiti politici fondamentali per porre le basi di un nuovo sistema di “buona accoglienza”. E spiega:

“Il primo è aiutare i richiedenti, ma anche gli operatori, a prendere coscienza dei loro posizionamenti intrisi di condizionamenti esterni e delle loro relazioni sbilanciare, a prendere le distanze da certi automatismi e a socializzare e condividere con loro sentimenti discordanti e ambivalenti, allo scopo di di identificare la violenza simbolica e materiale del dispositivo istituzionale e, dove possibile, disinnescare il meccanismo passivizzante e vittimizzante, provocando invece percorsi di soggettivazione tra i migranti come tra gli operatori, nell’ottica di concorrere alla costruzione di ‘un soggetto sociale e politico capace di azioni e traiettorie di vita’.

Il secondo è quello di utilizzare il posizionamento dei migranti nelle strutture per ampliare i loro livelli di partecipazione alle relazioni circostanti, per aprire il centro al contatto e all’interazione con il contesto limitrofo, attivando collaborazioni con strutture pubbliche e della società civile, promuovendo relazioni di prossimità con il vicinato, impegnando i richiedenti in lavori socialmente utili anche retribuiti che possano allargare il consenso alla presenza nel quartiere e nel territorio.”

Dunque applicando l’antropologia in situazioni complesse è possibile ripensare i centri di accoglienza come luoghi diversi: non più  luoghi di confino o addirittura di abbandono per persone poste ai margini, ma nuove realtà aperte al coinvolgimento delle realtà esterne.

Coinvolgersi, dunque, entrare in un nuovo campo di esperienze e riflessioni al fine di trasformare l’inutile attesa dei richiedenti asilo in occasioni di sviluppo di nuovi legami sociali dal basso: così l’antropologia potrebbe essere realmente riconosciuta come quello strumento utile e rilevante nel gestire le sfide sociali attuali.

Barbara Palla

Sebastiano Ceschi e Davide Biffi, “Collaborare o rigettare? Il mestiere dell’antropologo e l’arcipelago dell’accoglienza”, Antropologia Pubblica, vol .3, n°2, 2017, pp. 105- 121.

In fotografia: Sisterhood, Darryl Daniels © Darryl Daniels