Pubblicato il 7 Gennaio 2019

Il Medio Oriente che sognavamo nella pittura Orientalista

di Niccolò Lucarelli

Il fascino per le vedute ed i costumi del mondo arabo si è sviluppato in Europa a seguito dell’estendersi del colonialismo in Africa Settentrionale e in Medio Oriente, sulla scia dell’approccio a suo modo romantico di intellettuali quali Arthur Rimbaud. Nella seconda metà dell’Ottocento si consolidò l’interesse per la cultura araba, già risvegliato dalla spedizione di Napoleone in Egitto del 1798 durante la quale Champollion riportò alla luce la Stele di Rosetta, scoperta che permise la decifrazione dei geroglifici. Questo diede un impulso importante per un’intera stagione artistica dell’Ottocento francese, con Ingres e Delacroix quali capofila, che esplorarono in pittura quel mondo così lontano.

L’eco delle loro gesta pittoriche, in quella metà di XIX secolo giunse anche in un’Italia non ancora unita, ma artisticamente vivace, dove la Macchia e il Naturalismo stavano sostituendo l’ormai vetusta corrente accademica dello storicismo. Nacque così la corrente dell’Orientalismo italiano, che ebbe in Alberto Pasini (1826-1889) e Fausto Zonaro (1854-1929) i suoi più autorevoli e talentuosi esponenti.

Fabio Fabbi – Harem, 1912

Attraverso le loro tele e quelle di Induno, Morelli, Mariani, Fabbi, Cecconi, rivive quell’universo colorato fatto di bazar e caffè, con le loro folle multicolori di donne velate e uomini in turbante. Luoghi che testimoniano la laboriosità di un popolo, che faceva del commercio non un semplice mezzo di sussistenza, ma anche un’occasione di conoscenza dell’altro, di confronto e discussione, che nasceva davanti all’inevitabile contrattazione accompagnata dal tè e dal narghilè. Un commercio che aveva un ritmo più lento, meditativo, filosofico, al passo, quasi, con i ritmi del sole e della luna. E ancora, la sensualità delle odalische, e il misticismo dei luoghi biblici.

Domenico Morelli – Una via di Costantinopoli

Un posto preminente nella pittura orientalista lo detiene ovviamente Costantinopoli, la grande capitale ottomana della quale i pittori immortalano la febbrile vita quotidiana, le piazze, i mercati, la folla. Con tocco pittorico vicino ai Macchiaioli, Domenico Morelli ritrae una strada della città, declinata per una volta in colori tenui, probabilmente perché la scena è ambientata nel primo mattino. Ma sempre, nelle scene en plein air, in particolare nei paesaggi di Pasini, si avverte il vasto cielo azzurro dell’Asia, sotto cui si svolge una vita colorata e appena un po’ pigra, in grandi piazze ombreggiate o nelle strette vie cittadine.

Gerolamo Induno – Favorita, 1881

Se Alberto Pasini e Fausto Zonaro avevano potuto visitare di persona i luoghi dei loro quadri, non tutti gli orientalisti avevano fatto altrettanto, ma questo nulla toglie alla bellezza delle loro opere, anche se è evidente una certa aura di bozzetto convenzionale. L’Oriente fiabesco emerge in particolare dalle leggiadre odalische di Fabbi e Celommi; donne dalle forme morbide e sensuali, avvolte in sete colorate di cui si percepisce il fruscio e l’inebriante profumo, con i loro segreti nascosti nei silenziosi, ovattati harem. Si tratta però di opere dettate più dall’immaginario che da una fondata conoscenza della realtà; il mito delle Mille e una notte era infatti ancora troppo radicato per modificare l’idea di sensualità che ne era derivata. Decisamente più casta la Favorita (1881) di Gerolamo Induno, completamente avvolta in sete bianche, ravvivate da un copricapo turchino. Spicca la perizia naturalistica dei particolari: gli sboffi delle stoffe, i ricami, gli oggetti preziosi. Un piccolo capolavoro di sensualità, che ha il merito di non scadere nello stereotipo.

Alberto Pasini – Un Kan, 1890-95

Più autentico, come accennato di sopra, l’approccio di Pasini, che alla metà degli anni Cinquanta dell’Ottocento, su commissione del governo francese si recò in Egitto, Arabia Saudita, Iran, Turchia e Siria, con l’incarico di documentare la missione coloniale. Più ancora di Ingres o Fromentin, Pasini cattura quella luce orientale che imbeve il paesaggio e gli individui, con i suoi cieli azzurri velati dalla calura. Per contrasto, la bellezza delle facciate degli edifici, dipinte con dovizia di particolari, spinge a immaginare la frescura delle stanze e dei cortili interni, case e palazzi che son rifugi di pace, e scrigni segreti che nascondono quanto la morale musulmana giudica sconveniente. Rare sono le donne, tra le folle orientali di Pasini, che esprimono una società rigorosamente patriarcale. Attento ritrattista della natura,  non lo è meno nei confronti dell’architettura, riproducendo sulla tela le splendide e colorate facciate di palazzi, moschee, semplici abitazioni, soffermandosi sui particolari dei mosaici e degli intarsi. Accanto ai colorati mercati e alle strade cittadine, spicca lo stretto e ancestrale rapporto fra l’uomo e la natura circostante, fatto di tradizioni quali la vita all’aria aperta, un costante uso del cavallo, la caccia con i falconi, una vita circondata da una natura tanto selvaggia quanto affascinante, con assolati deserti, oasi spazzate dal vento, montagne rocciose perse in lontananza. Suo degno epigono, il veneto Fausto Zonaro, pittore di corte della Sublime Porta – apprezzato anche dall’aristocrazia ottomana -, nonché artista costantemente aggiornato sulle correnti pittoriche a lui contemporanee; pittore straordinariamente attento alle tendenze dell’arte europea a lui contemporanea, e infatti il suo stile contempla con disinvoltura la Macchia, il Naturalismo, l’Impressionismo.

Fausto Zonaro – Bayram

Grazie all’instancabile opera di promozione della moglie, Zonaro diviene il ritrattista più apprezzato e richiesto dall’aristocrazia cittadina, e persino dalla Corte; donna moderna e dinamica, Elisa comprende l’importanza della pubblicità (da poco nata), e realizza numerose fotografie delle opere del marito che invia ai giornali di tutta Europa; uno di questi, l’Illustrierte Zeitung di Lipsia, è molto letta anche a Costantinopoli. Fu questa coincidenza a farlo conoscere e apprezzare negli ambienti aristocratici. Ma accanto ai ritratti di ambasciatori e principi, Zonaro seppe realizzare anche splendide vedute di Costantinopoli.

In quelle tele, che ritraggono il Bosforo, la Moschea di Ortaköy, Santa Sofia, Zonaro si lascia trasportare dalla magnificenza delle architetture e dei paesaggi. Vivaci anche le scene “di genere”, capaci di immortalare l’operosa vita del porto di Costantinopoli. Ovunque, l’artista  traspone una calda luminosità che sembra lasciare sulla pelle l’effetto del sole onnipresente in quell’immenso Impero Ottomano, che dalla Turchia si estendeva fino in Siria, Egitto, Libia e Palestina. 

Un mondo solare, pacifico, all’epoca lontanissimo, e che in quell’Italia rurale e ancora sostanzialmente povera, esercitava molto fascino, sugli artisti come sul popolo, che anche solo superficialmente conosceva le leggende di antichi tesori e donne bellissime.

Ma al di là del folklore, la corrente Orientalista ebbe il merito di accrescere la conoscenza antropologica dei Paesi arabi, prima che prendesse avvio anche la nostra “avventura coloniale”. Ma questa è un’altra storia.

Niccolò Lucarelli

La mostra: Orientalismo. In viaggio dall’Egitto a Costantinopoli (recensione su Artslife.com qui), curata da Enzo Savoia e Luigi Maspes si è svolta alla GAMManzoni di Milano dal 24 Marzo al 25 Giugno 2017.

In fotografia: Cesare Biseo – La cittadella del Cairo, 1883.

By |2019-02-25T10:03:42+00:007 Gennaio 2019|Approfondimenti, Cultura|