Tanto in Occidente si gioca a scacchi, tanto in Oriente si gioca a Go: due modi di passare il tempo che, se guardiamo bene le regole, ci dicono qualcosa in più delle filosofie che si confrontano nel mondo contemporaneo. Nel comparare le due strategie del gioco praticato nei diversi ambiti culturali si evince una filosofia dell’attacco che si ritrova anche nelle mosse di politica estera. L’obiettivo degli scacchi è far cadere il re con un attacco diretto, eliminando le pedine. Il Go prevede invece un piano di accerchiamento dove il nemico viene neutralizzato dalla forza che lo circonda e gli impedisce di muoversi.

Negli scacchi si punta a dominare il centro del campo per ottenere lo “scacco matto”. I due sfidanti possiedono un esercito di 16 pedine di varia importanza, fra cui un re a testa. Quando uno dei due re finisce sotto la minaccia dei pezzi avversari – e non ha possibilità di evitare la cattura – viene “mangiato” e la partita è finita. Il match termina con l’annientamento dell’avversario. Alla fine della contesa c’è sempre uno schieramento – i bianchi o i neri – che diventa padrone del territorio dopo aver distrutto l’altro.

Il Go (riadattato in Cina con il nome di Weiqi), invece, risponde a un’altra filosofia. Le affinità con gli scacchi non mancano, ma le regole in questo caso sono molto più complesse. I giocatori, sempre due, devono posizionare pedine di stessa importanza su una griglia di 19X19 linee. In tutto ci sono 361 intersezioni, molte di più che negli scacchi. Anche qui le regole prevedono due schieramenti: i bianchi e i neri. All’inizio di ogni turno ciascuno sfidante posiziona la propria pietra in una delle intersezioni libere. L’obiettivo è piazzare i pezzi in modo tale da accerchiare quelli dello sfidante.

Scendendo più nel dettaglio, lo scopo del Go è controllare una zona del tavolo maggiore di quella controllata dall’avversario. Una pietra circondata in tute le intersezioni viene catturata. Se uno dei due sfidanti è circondato e non ha più spazio libero, è impossibilitato a effettuare mosse e salta il turno. Quando entrambi i giocatori passano la mano si procede al conteggio dei punti. Ogni intersezione libera circondata dalle pietre di un giocatore vale uno, così come vale uno ogni pietra catturata. Un esercito domina l’altro, ma non lo annienta mai del tutto.

La strategia della politica estera cinese sembra ricalcare il percorso di un giocatore di Go: ovvero accerchia e porta sotto la propria influenza geopolitica. Attacco diretto o per soffocamento progressivo, sia la Cina che gli Stati Occidentali dimostrano, oltre al gioco, una forte propensione all’espansione per il dominio. Le due strategie sono veramente distanti e, se dal Novecento in poi, abbiamo visto prevalere la strategia occidentale oggi aspettiamo di vedere gli effetti di quella orientale. In fondo il Dragone regna da millenni.

 

Federico Giuliani 

Federico Giuliani è un giovane giornalista e scrittore. Dopo gli studi in Scienze Politiche con specializzazione sulla Corea del Nord si è recato nel paese per conoscerlo da vicino. Da questa esperienza ha tratto un libro Corea del Nord, viaggio nel paese bunker (Mauro Pagliai editore, 2017) e di recente ha pubblicato un secondo approfondimento storico-politico sul paese La Rivoluzione Ignota, Dentro la Corea del Nord: socialismo, progresso, modernità (Edizioni La Vela, 2019).

In fotografia un dipinto raffigurante una partita al gioco del weiqi realizzato da Huang Xi’nan nella provincia di Sichuan in Cina.