«Imparare non dei pensieri, ma a pensare» con la propria testa per essere capaci di camminare da soli. L’esortazione kantiana, nella sua suggestività, non può che suscitare immediata condivisione, non solo limitatamente all’insegnamento della filosofia, ma rispetto all’intera educazione dell’uomo che dovrebbe essere sempre orientata alla formazione di un pensiero autonomo, intendendo con questa espressione l’esercizio del senso critico, lo spirito di osservazione personale, il rifiuto dei pregiudizi, la disponibilità al confronto con il pensiero dell’altro.

Sebbene l’esercizio autonomo del pensiero sia reso difficile dai molteplici vincoli cui l’uomo si trova e che quotidianamente vive, il «pensare da sé» può permettere di intraprendere la via dell’età adulta per diventare «maggiorenni», una meta, mai pienamente e definitivamente raggiunta, una progressiva conquista che impegna le risorse intellettuali e le energie morali, una “lotta” con se stessi, con la «viltà» di chi preferisca affidarsi alla tutela altrui. Contrariamente, ogni qual volta non si pensa con la propria testa, non si fa uso delle proprie facoltà intellettuali, è sempre presente il rischio di cadere in balia del potere altrui e di esserne soggiogati.

«Selbstdenken» significa letteralmente «pensare da sé», con la propria testa, in modo autonomo e «Selbstdenker» è colui che ha imparato non i pensieri, ma a «produrre pensieri», che si è impadronito delle procedure e dei processi, diremo oggi, mediante i quali si è giunto a queste proposizioni. Per spiegare meglio questo assunto, Kant afferma che in generale l’allievo «[Lo studente] non deve imparare pensieri (Gedanken), ma deve imparare a pensare (denken)»,  non lo si deve portare, ma guidare, se si vuol che in seguito sia capace di camminare da solo». Deve essere un self-thinker, giacché lo scopo dell’insegnamento in quanto tale, in particolare della filosofia, deve risiedere nel fatto che ognuno possa pensare con la propria testa ed essere messo nella condizione di pensatore autonomo.

Per chiarire bene cosa si può intendere per «pensare con la propria testa», senza ridurlo ad ovvietà, palesemente scontata, o peggio ancora ad una affermazione etichettata come «prurito» o «smania», dobbiamo individuare a fondo dell’impostazione del «pensare con la propria testa» una specifica qualità di approccio. In una breve lettera datata 9 maggio 1768 indirizzata ad Herder, filosofo intellettuale suo contemporaneo, Kant, pur non parlando esplicitamente della tematica di «pensare con la propria testa», confida all’amico qual è la sua condotta quando si trova di fronte ad una aporia, quando il pensiero sembra impossibilitato a procedere. Scrive: «Quanto a me, non mi afferro saldamente ad alcunché e con profonda imparzialità combatto tanto le mie opinioni quanto quelle altrui, rivoltando spesso l’intera costruzione e considerandola dai possibili punti di vista, nella speranza di trovare alla fine quello ponendosi dal quale sia possibile disegnarla secondo verità».

Per riuscire a “pensare da sé”, Kant richiama un modo di procedere imparziale: non affezionarsi ad alcuna opinione preconcetta, né legarsi ad alcun punto di vista, ma combattere, equamente tanto le proprie, quanto le altrui opinioni, con l’invito a non esser severi solo di fronte a quelle altrui e benevolo con le proprie, per individuare quel «punto di vista» da cui giudicare la cosa secondo verità.

Possedere libertà intellettuale di pensare significa allora essere liberi pensatori, essere liberi dalla prigione sia delle proprie che delle altrui opinioni, poiché la libertà di pensiero dovrebbe includere la possibilità di ignorare anche il proprio pensare, con l’avvertenza di non dimenticare che «se c’è una testa, per così dire, essa difficilmente è propria o interamente propria». Soltanto il confronto con altre teste, pensanti, aiuta la mente ad aprirsi.

«Pensare con la propria testa» è, dunque, non solo possibile, ma anche desiderabile.

 

Maria Alessandra Bertini

Maria Alessandra Bertini è dirigente scolastico dell’Istituo Comprensivo “Matteo Ricci” di Ancona e in passato ha conseguito un dottorato di ricerca in Filosofia presso l’Università Carlo Bo di Urbino. Inoltre è autrice, insieme a Bianca Maria Ventura, del saggio Si era addormentata nella mia mente. L’esperienza filosofica nella Scuola di Base (Franco Angeli, 2006).

Immagine: Le Penseur de la Porte de l’Enfer, Auguste Rodin, Museo Rodin di Parigi. La Porte de l’Enfer è stata installata nei giardini del Museo Rodin nel 1937. Il primo calco della statua “Le Penseur” è del 1880; rappresenta la filosofia. Fotografia di Jean-Pierre Dalbéra su Flickr e Wikimedia Commons.