Per tornare alla democrazia diretta bisogna per forza eliminare lo Stato? Di fronte alle crescenti crisi dei modelli democratici neoliberali moderni e al moltiplicarsi di esperienze di democrazie “dal basso”, è diventato necessario riflettere sulle trasformazioni delle democrazie occidentali. Partendo da queste recenti trasformazioni, Andrea Staid, Professore di Antropologia culturale e visiva presso la NABA di Milano, propone nel suo ultimo saggio Contro la gerarchia e il dominio, Potere, economia e debito nelle società senza Stato, di cambiare prospettiva per osservare le democrazie in crisi e di andare a studiare, o meglio ri-studiare, alcuni modelli di comunità senza Stato a gerarchia diffusa, per ripensare l’organizzazione del potere nelle nostre società.

Se da un lato il potere è caratteristica intrinseca di ogni gruppo sociale, dall’altro il modo in cui esso viene gestito, distribuito e amministrato è un costrutto culturale e come tale può essere modificato o eventualmente cambiato. Una trasformazione in tal senso, anche in caso di crisi, non può però avvenire in modo repentino, Staid suggerisce infatti di ripensare le basi dell’organizzazione del potere delle democrazie liberali ispirandosi a modelli alternativi già sperimentati altrove o in tempi passati. Essi non potranno essere ovviamente riprodotti, ma possono servire come lenti diverse per un ragionamento più attento. L’analisi proposta nel saggio affonda perciò le radici negli studi etnografici e antropologici condotti dall’inizio del Novecento a oggi presso le società a gerarchia diffusa del Centro America e delle regioni dell’Artico.

In queste società il potere è distribuito in modo uguale ad ogni membro del gruppo sociale. Questi ultimi lo auto-gestiscono con l’obiettivo di mantenere la coesione del gruppo. Essi individuano un capo, al quale però non delegano alcuna parte del proprio potere e di conseguenza il capo non può usare la sua posizione per imporre in modo coercitivo il potere che ottiene pretendendo di entrare in un rapporto di comando-obbedienza con gli altri membri del suo gruppo. A tutti gli effetti si può dire che sono società anarchiche, ma non per questo prive di regole. Al contrario, sono proprio le regole a mantenere unità la società ed il loro rispetto, più dell’obbedienza ad un capo, è fondamentale. 

L’importanza delle regole per la coesione della comunità si traduce anche nelle relazioni economiche. Le società a gerarchia diffusa tendono a sfruttare le risorse a loro disposizione unicamente fino alla soddisfazione dei bisogni. Non rientra nelle loro logiche la creazione di un surplus, di un profitto, da possedere o ridistribuire. In questo modo le società riescono a preservare le risorse per la comunità. 

I numerosi e interessanti esempi  riportati da Staid permettono quindi di entrare in contatto con dinamiche sociali, politiche ed economiche diverse da quelle tipiche delle democrazie neoliberali a capitalismo avanzato. Allontanandosi dai propri punti di riferimento si ha una visione più chiara e si può osservare se stessi da una nuova prospettiva.

“Studiare, capire la gestione del potere nelle società senza Sato può essere una possibilità per comprendere meglio la crisi dello spazio politico contemporaneo. Vedere noi stessi come ci vedono gli altri può essere rivelatore. Pensare di rielaborare il modello dei rapporti sociali significa ricollocare le coordinate del mondo vissuto. Le forme della società sono la sostanza della cultura.”

Questo saggio non  suggerisce dunque l’anarchia come alternativa alle crisi contemporanee, al contrario invita i lettori ad una riflessione più sottile e più profonda su come sarebbe possibile appropriarsi degli strumenti sociali, politici, economici, sperimentati da altre società per pensare un futuro diverso. 

Barbara Palla 

Andrea Staid, Contro la gerarchia e il dominio, potere, economia e debito nelle società senza Stato, Meltemi Editore, 2018, pp. 94.

In fotografia: In Line (Psycoselfie), Bernardo Ricci Armani, Milano, 2017.