L’attitudine al dialogo, alla conversazione, al discorso, alla retorica, all’eloquio, e ogni altra capacità generalmente connessa con l’arte oratoria, è una caratteristica che contraddistingue inequivocabilmente gli italiani. Questa nostra prerogativa culturale, messa insieme con notevoli abilità culinarie ed un millenario sviluppo dell’ospitalità, potrebbero tornarci particolarmente utili per collocarci intelligentemente sulla scena politica delle relazioni internazionali contemporanee, specie quelle con il mondo arabo e islamico (in senso storico).

Carlo Alberti Pratesi, professore straordinario di economia a Roma Tre, ha spiegato nel 2010 in un interessante articolo per l’Harvard Business Review quali sono “Le Caratteristiche degli Italiani” per permettere agli stranieri di capire come siamo fatti per iniziare nel modo giusto un business insieme. Leggiamo così che ci piacciono i rapporti personali, le cose che ci fanno sentire “unici”, in molti casi per noi “il tempo è denaro” non è prioritario all’ascolto di un amico o di un capo, siamo flessibili con gli orari, siamo sempre connessi (più di cittadini di altri paesi), sempre al centro del nostro network che teniamo in mano con il nostro cellulare, a tavola preferiamo relazionarci piuttosto che parlare proprio di lavoro, siamo predisposti per la comunicazione verbale e visuale, ci piacciono le cose belle, il bell’aspetto e siamo innovativi.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’ospitalità e la buona tavola, la connettiamo con la capacità di dialogo, la capacità di risolvere problemi complessi in situazioni di emergenza ed un certo senso dell’educazione che ci porta a relazionarci amabilmente con tutti (sempre secondo l’analisi di Pratesi) ci ritroviamo con degli asset che in questo momento storico non andrebbero sottovalutati. 

Se altri paesi europei, con altre tradizioni e altre storie, forniscono sempre visioni assolutamente risolutive ed invidiabili programmaticità che fatichiamo a raggiungere nelle nostra penisola, non dovremmo per questo sempre e solo vederci negativamente o polemicamente incapaci: anzi, nel poco protestante genio italico, guizzi di creatività e capacità relazionali intuitive potrebbero finalmente tornarci utili nei rapporti con mondi complessi e stratificati come quelli arabo, musulmano, persiano e ottomano.

L’articolazione di dialoghi, gestiti in maniera fluida ed ospitale, più simili a quelli delle rive sud ed est del Mediterraneo, potrebbero essere infatti l’occasione per ritrovare una modalità positiva di gestire un’ingombrante eredità post-bellica. Lo scenario potrebbe essere questo: Roma, finalmente diventata un’eclettica capitale dell’area del Mediterraneo contemporaneo, preso spunto  dalla Venezia di Marco Polo, diventa quella tavola ospitale intorno alla quale far germogliare nuovi modi di fare politica estera a vantaggio, chiaramente, del commercio e delle competenze della nostra popolazione (e anche di quella europea).

Ad osservarla da vicino la politica estera è infatti un terreno complesso ed articolato grazie al quale si possono consolidare sia l’identità nazionale di un paese, sia gli interessi economici per i quali non si vedono altre vie, specie in un momento di grande incertezza quale quello corrente.

Poiché, come ha dimostrato Michel Foucault, dall’ordine del discorso si possono evincere interi sistemi di potere, nonché formare opinioni pubbliche e determinare sfere d’influenza, questa nostra capacità dialogica non sarebbe per nulla da sottovalutare, politicamente.

Melissa Pignatelli

Carlo Alberto Pratesi, Le Otto Caratteristiche degli Italiani, Harvard Business Review, Marzo 2010, link qui.

Immagine: Dal film Perfetti sconosciuti, film di Paolo Genovese, Medusa Film, 2016 in Wikimedia Commons.