L’immagine ricomposta del Buco Nero M87, cuore della Galassia Vergine A, pubblicata lo scorso 10 aprile 2019 è stata definita (riduttivamente) la “foto del secolo”. Un Buco Nero è un soggetto scientifico, astronomico e cosmologico. Ma a ben guardare è anche un soggetto mistico: la sua essenza è l’assenza. Esso, non può essere afferrato, visto faccia a faccia, non può essere com-preso dalla mente e trattenuto nella dialettica. Il Buco Nero per sua natura traccia un limite, un orizzonte degli eventi, un concetto fisico che rimanda in qualche modo a quell’orizzonte filosofico di Jacques Derrida.

È un soggetto paradossale: supermassiccio ma invisibile, la sua ingordigia inesorabile lo rende inaccessibile alla vista e forse anche al pensiero. Il Buco Nero deforma l’identità di qualsiasi corpo gli si avvicini, la sua densità cattura ogni osservatore che tenti a sua volta di catturarlo. Sfugge alle nostre tecnologie ma a Lui non sfugge niente. Quella di M87 non è un’immagine che descrive e testimonia, ma un indizio che allude e rimanda. E il linguaggio che abbiamo per rap-presentarlo è solo vestigio. Come sempre, d’altronde.

Un Buco Nero è un pozzo cosmico che inghiotte materia, ma forse è anche un demiurgo fantasioso, un creatore che ingoia colori e forme per poi lasciarle giocosamente eruttare in un altrove dello spazio-tempo. Da questa prospettiva il Buco trabocca una fenomenologia del dono impossibile. Un dono che non può darsi nel mondo, tradursi in immagine: «Affinché ci sia dono, bisogna che il donatario (…) non riconosca il dono come dono. Se lo riconosce come dono, se il dono gli appare come tale, se il presente gli è presente come presente, questo semplice riconoscimento gli è sufficiente per annullare il dono».Questa foto sembra un dono perché non è mai stata scattata.

Nel pensiero di Jaques Derrida l’orizzonte filosofico proposto è quello della decostruzione. Non si tratta di demolire tradizioni per una sorta di mania provocatoria ma di superare le semplificazioni per rivalutare la complessità ontologica della realtà.

O meglio, delle realtà. M87 svela che l’autentica sostanza dell’universo è l’Energia, mentre la materia è solo la splendida increspatura temporanea concessa alla percezione. In tal senso il Buco Nero è un “decostruzionista”. In quanto rompe con la fisica newtoniana ma la reintegra per svelare ciò che è la più intima natura del cosmo. Il Buco Nero offre nuove meta-fisiche da indagare e ammirare.

Il nostro Buco decostruzionista apre ad una nuova cosmologia quantistica nella quale tutte le possibilità sono in qualche modo già degli eventi. Decostruire non significa distruggere per spirito barbarico ma guardare con un’insolita Meraviglia (concetto già celebrato da Aristotele) e scoprire ciò che è celato per natura del suo essere.

Per Derrida ogni evento ha infatti in qualche modo un valore trascendente. L’evento è tale proprio nella sua impossibilità, perché se un accadimento è possibile perde il suo carisma di Evento, e questo paradosso è oggi così affine alla nostra foto dell’oscura curvatura! Questa foto è un Evento perché in qualche modo non è stato immortalato davvero. Se accade solo ciò che è possibile non abbiamo a che fare con un Evento, ecco quindi che la nostra ripresa dell’ineffabile M87, sembra proprio assumere il carattere di Evento nel senso derridiano.

Nel registro del filosofo francese la différance è quello scarto insondabile che c’è tra il termine e l’oggetto di significazione, scarto inesauribile tra la nostra foto spaziale e il Buco Nero in carne e stella.

Dunque ciò che questa foto sensazionale ha impresso è il confine dell’orizzonte degli eventi del Buco Nero a noi più prossimo. Ma cos’è un orizzonte? L’orizzonte di un panorama è uno spazio che tende a ciò che è troppo grande e potente per essere colto, così l’orizzonte degli eventi è una prospettiva di possibilità sospese tra energia e materia. Per Derrida il teatro della filosofia e quello dell’opera d’arte sono accomunati dalla possibilità e insieme dalla necessità, di decostruire per vedere come per la prima volta. Vedere per la prima volta, come il telescopio Event Horizon.

Il telescopio Event Horizon è allora arte: è un contemporaneo “viandante su un mare di nebbia”, dipinto icona del romanticismo tedesco in cui un esploratore in cima a un dirupo si sporge alla contemplazione di un’immensa nebbia, una nebulosa indistinta che simbolizza l’infinito.

La missione Event Horizon Telescope è poesia; una sorta di siepe Leopardiana, che lascia immaginare l’infinito senza poterlo scorgere. Il Buco Nero è una “figura del dissimile”, una traccia che indica l’illimitato senza possedere neppure una cartolina dall’Infinito.

Giulia Bertotto