L’hanno definita società del malessere. Apatica, vuota, senza ideali, priva di emozioni. Questi sono soltanto alcuni degli aggettivi utilizzati per descrivere il Giappone contemporaneo. Parole che tuttavia non bastano per tratteggiare i contorni di un fenomeno complicato da leggere. Meglio quindi servirsi di una metafora, come ha fatto Boyé Lafayette De Mente nel suo Il Giappone oltre la maschera (CLUEB, 2011).

Il Giappone è un attore che interpreta un ruolo non suo, si nasconde dietro una maschera imposta da altri, un po’ per obbligo un po’ per necessità. Adattarsi al cambiamento o perire. Tokyo ha scelto la prima. Da lontano, visto dall’Occidente, l’arcipelago nipponico sembra un Paese felice. I dati economici parlano di una realtà in cui non esiste disoccupazione. I depliant delle agenzie di viaggio di un Paese in cui “il passato si è unito al presente”. I turisti rimangono incantati dalla gentilezza e l’educazione del popolo giapponese. Ma questa è soltanto l’apparenza, perché il vero volto del Giappone è nascosto dietro una maschera. La stessa che De Mente scosta con arguzia e senza il timore di descrivere cosa si cela dietro a essa. La realtà è ben diversa dall’immaginazione.

In 38 piccoli capitoli, l’autore fotografa gli spaccati più significativi del Giappone del XXI secolo. La particolarità dell’opera sta nella capacità del professore – deceduto lo scorso maggio – di mettere in relazioni le dinamiche sociali e relazionali del popolo giapponese con i vari contesti presenti in ogni Stato: economia, politica, istruzione. In sintesi: la descrizione della quotidianità mediante un’agile ricognizione culturale.

Lo stereotipo più diffuso è considerare il Giappone un enigma culturale. In realtà i giapponesi sono le persone più prevedibili al mondo. Il misunderstanding nasce dal fatto che gli occidentali non possono pretendere di capire i giapponesi senza prima comprendere come i giapponesi vedono se stessi. Per orientarsi nel mondo questo popolo adotta due concetti unici: Kata e Shikata. Il primo termine indica la forma di una data azione, la seconda il modo di fare. Le Shikata, nel bene e nel male, forniscono una chiave di lettura dell’agire nipponico.

Nella vita di tutti i giorni, il concetto di Shikata non racchiude solo un processo meccanico e ripetitivo, ma il modo in cui ogni cosa dovrebbe essere seguita. Il fine ultimo è il mantenimento del Wa, cioè dell’armonia sociale. Non si può vivere senza Shikata: per un giapponese è impossibile. Per padroneggiare al meglio il “modo di fare” è necessario raggiungere una giusta Kata, cioè la pratica mentale che consente ai giapponesi di passare all’azione. Tutte le azioni sociali, dunque, sono prevedibili e ascrivibili all’interno di una ripetitiva griglia culturale.

L’inchino, la sindrome del suicidio, gli “onorevoli” gangster della Yakuza, il rispetto per i superiori, l’ossessione per la giapponesità. Anche i più piccoli particolari della società giapponese, pure quelli apparentemente innocui, derivano da una radice culturale spesso ignorata. In Giappone, infatti, una parte significativa della comunicazione si articola attraverso modalità extralinguistiche. E chi non è capace di sintonizzarsi e interpretare il flusso di queste informazioni si sentirà inesorabilmente isolato. Questo è il segreto dell’enigma giapponese.

Federico Giuliani

Libro: Boyé Lafayette De Mente, Il Giappone oltre la maschera, CLUEB, 2011.

In fotografia: Tokyo dal Metropolitan Government Building, Bernardo Ricci Armani, Giappone, 2011.

Federico Giuliani è un giovane giornalista e scrittore toscano, dopo gli studi in Scienze Politiche con specializzazione sulla Corea del Nord si è recato nel paese per conoscerlo da vicino. Da questa esperienza ha tratto un libro Corea del Nord, viaggio nel paese bunker (Mauro Pagliai editore, 2017) e di recente ha pubblicato un secondo approfondimento storico-politico sul paese La Rivoluzione Ignota, Dentro la Corea del Nord: socialismo, progresso, modernità (Edizioni La Vela, 2019).