Dare un senso alla propria esistenza nel Giappone contemporaneo è più complicato del previsto. La maggior parte dei giapponesi si dedica anima e corpo al lavoro, ed è così che l’economia del paese cresce e nessuno fa domande scomode sul proprio ruolo. Eppure ci sono persone che sfidano il conformismo della società nipponica inseguendo i propri sogni e lasciando in secondo piano le aspettative che la comunità ha riposto in lui o lei. Ma c’è anche chi combina entrambi gli atteggiamenti sopra descritti. È il caso di Fururuka Keiko, protagonista de La ragazza del convenience store, l’ultimo romanzo di Murata Sayaka.

Keiko rappresenta il prototipo ideale della ragazza giapponese che ha perso il treno verso il successo. Ha 36 anni, è single, non ha mai avuto relazioni amorose ed è soddisfatta soltanto della propria vita lavorativa. Il problema è che Keiko non lavora in una grande multinazionale né in un qualche istituto prestigioso, bensì in un convenience store. Il Giappone è pieno di negozi simili: piccoli corner shop aperti 24/7, in tutte le stagioni, festività comprese. Di solito, a lavorare all’interno dei konbini – come vengono chiamati in giapponese questi negozietti – sono studenti che alternano la loro carriera universitaria a un’attività temporanea, l’ ideale per mettere da parte un minimo di indipendenza economica. Il ricambio degli addetti di un convenience store è perpetuo perché nessuno vuole perdere troppo tempo in un mestiere che non consente scatti di carriera o salari importanti.

Già, perché dal momento in cui nasce, ogni giapponese ha un cammino segnato, e quello e quello soltanto deve seguire per non deludere la comunità, la famiglia e più in generale l’ambiente sociale. Mettere in dubbio un’usanza così radicata sarebbe un sacrilegio, e infatti nessuno rifiuta il percorso che qualcuno ha preparato per il suo avvenire.

La protagonista del romanzo lavora in un konbini da 18 anni, con un contratto part-time. Una stranezza che non può far dormire sogni tranquilli alla famiglia della ragazza, che viene considerata strana ai limiti del patologico. Keiko non pensa a metter su famiglia, e si rilassa soltanto quando deve effettuare compiti meccanici all’interno del negozio. Ordinare gli scaffali, mettere in bella vista i bento e il ramen, salutare i clienti in entrata e uscita, scandire la propria vita con i ritmi e gli orari del konbini. Per molti sarebbe una prigione infernale ma Keiko riesce a trovare un senso dentro questo ambiente asettico e asfissiante che le allevia il senso di inadeguatezza nei confronti della società.

“Il konbini è un luogo che si regge sulla normalità, un mondo dove tutto ciò che è anomalo e inconsueto deve essere rimosso” proprio come il Giappone. Quando il corpo ripete i soliti gesti meccanici, l’abitudine prende il sopravvento sull’emozione e si annulla una parte dell’io. Eppure, in Giappone, diventare schiavi delle abitudini è l’unico modo per non rimanere schiacciati dai quesiti esistenziali. Per secoli la società giapponese ha sempre prodotto individui più che persone, ingranaggi da inserire nel motore che alimenta il paese stesso, anche a costo di sacrificare le particolarità e appiattire le personalità di uomini e donne. Keiko, in un modo molto particolare, è fortunata perché ha evitato di realizzare i desideri degli altri. Il mondo è soltanto un continuum di gesti ripetitivi che portano ordine e pulizia. “Ero molto brava a riprodurre con precisione gli esempi del coach e dei video che ci mostravano nell’ufficio sul retro del negozio. Fino ad allora nessuno mi aveva mai insegnato come rapportarmi con gli altri, in che modo parlare e quali espressioni facciali assumere per apparire normale”.

Ed è proprio questo il Tallone d’Achille del Giappone: essere un paese ultramoderno dal punto di vista tecnologico, ma a tratti quasi feudale dal lato delle relazioni umane. La vicenda lavorativa di Keiko, descritta con una prosa snella e moderna, è uno spaccato di come ragionano i giapponesi, molti dei quali preferiscono rifugiarsi nel mondo del lavoro piuttosto che in quello reale. In effetti, nelle pagine di Sayaka, si accennano alcuni problemi endemici cui deve far fronte il Giappone: il calo delle natalità, dei matrimoni e del desiderio sessuale. L’unica soluzione è standardizzarsi ed evitare di andare contro corrente, altrimenti la pressione sociale schiaccerà chiunque metta in mostra le proprie particolarità. Non è facile essere se stessi se si cresce in una società come quella giapponese, dove la forma conta più di ogni altra cosa e il rischio di chi transige è di essere allontanato dalla stessa società. Ma vale davvero la pena farne parte?

 

Federico Giuliani

Federico Giuliani è un giovane giornalista e scrittore. Dopo gli studi in Scienze Politiche con specializzazione sulla Corea del Nord si è recato nel paese per conoscerlo da vicino. Da questa esperienza ha tratto un libro Corea del Nord, viaggio nel paese bunker (Mauro Pagliai editore, 2017) e di recente ha pubblicato un secondo approfondimento storico-politico sul paese La Rivoluzione Ignota, Dentro la Corea del Nord: socialismo, progresso, modernità (Edizioni La Vela, 2019).

Murata Sayaka, La ragazza del convenience store, Edizioni e/o, 2018.

 

Fotografia: Nakanoshima convenience store, Giappone, by Tokumeigakarinoaoshima, 2017, Wikimedia, CC-BY-SA