La cultura dell’Iran di oggi deriva in buona parte dalla civiltà persiana e il legame che unisce gli Iraniani al loro passato è molto forte: vengono infatti perpetuati da secoli modi di fare antichissimi che hanno affascinato numerosi viaggiatori rimasti letteralmente folgorati dalla cultura e dall’ospitalità dei Persiani, sottolineata in molti diari di viaggio passati e recenti.

L’ospitalità in Iran è un dovere molto sentito e ad essa si unisce un insieme di norme e di regole che presiedono agli atteggiamenti e ai comportamenti delle persone che sono diversi a seconda della posizione all’interno della famiglia o della società, della relazione di parentela e del sesso. Ciò è tanto più vero quando si sta a tavola dove la quantità e la varietà di cibo presentato all’ospite costituiscono la dimostrazione concreta del rispetto, dell’onore e del riguardo di cui l’ospite beneficia.

Questo modo di fare riguarda gli ospiti in genere, non solo quelli stranieri e sono molti i viaggiatori che hanno sperimentato che gli Iraniani sono tra le popolazioni più accoglienti che possano esistere e che hanno valori ben radicati ormai quasi del tutto persi in altre parti del mondo. Tra questi la khanevadeh, la famiglia, senza dubbio, il bene più prezioso, lo scrigno da preservare e in cui rifugiarsi.

È proprio dalla famiglia che bisogna partire se si vuole comprendere a fondo l’Iran e per farlo occorre addentrarsi nel profondo dell’intimità domestica del nucleo familiare inteso non solo come quello composto da genitori e figli o dai due coniugi, ma esteso ai nonni, agli zii, alle zie, fino ai cugini di secondo e terzo grado; un’unica grande famiglia con legami forti, indissolubili, caratterizzata talvolta da ingiustizie, rivalità, ma vista sempre come il porto sicuro e la fonte di aiuto in qualunque momento si possa avere bisogno; un insieme di rapporti viscerali basati sul rispetto dell’altro, rispetto che a volte può andare anche oltre i legami di sangue, fino a comprendere degli amici che sono considerati parte della famiglia; un rispetto che giunge fino all’ospite appena conosciuto o solo di passaggio, che può arrivare ad essere trattato alla stregua di un familiare perché mehman habibe khoda ast, l’ospite è l’amico di Dio.

Se col passar del tempo in molto altri luoghi è andato allargandosi sempre più il divario tra le persone all’interno di una stessa famiglia, in Iran questa istituzione è rimasta importante e laddove i coniugi avessero dei problemi, prima di arrivare al divorzio i parenti si adoperano affinché non si arrivi ad una rottura definitiva.

Naturalmente questo non significa che la società sia rimasta immobile, sicuramente, per esempio, sta cambiando il modo in cui si forma un nucleo familiare, ma questo resta sempre il fondamento della società persiana.

Fino a pochissimi anni fa il matrimonio in Iran era il risultato di un accordo tra famiglie e ci si sposava ancora con i legami combinati. Oggi in diversi contesti è ancora così perché si crede che sia molto più solida una coppia che ha riflettuto e ha affrontato l’unione con una certa freddezza, rispetto a chi si sposa in preda all’intemperanza del sentimento amoroso. Negli ultimi anni, però sono stati fatti passi in avanti per quei giovani che, senza mai perdere la devozione per i loro genitori, cercano di far valere le ragioni dell’amore che provano verso una persona. Quindi sta crescendo sempre di più il numero delle coppie che si conoscono da sole rispetto a quelle che nascono in modo combinato, così come sta aumentando il numero di giovani che sceglie di andare a convivere prima di sposarsi.

Queste nuove tendenze non devono far pensare ad una imitazione dei modelli occidentali in quanto anche quando i legami nascono fuori dalle “combinazioni”, devono passare al vaglio delle rispettive famiglie che indagano sui componenti dell’aspirante coppia che potrà, difatti, formarsi soltanto previo accordo di tutte le parti coinvolte: genitori, fratelli, sorelle, nonni, zii, cugini, non di rado parenti di grado inferiore.

Il senso di appartenenza ad una famiglia in cui si respira rispetto, che protegge chiunque ne faccia parte, che allarga il concetto di familiarità anche all’estraneo, colpisce molto il visitatore che spesso ha modo di sperimentare il ta’arof, un comportamento innato degli Iraniani, per il quale è difficile trovare un termine corrispondente in italiano.

Un buon compromesso possono essere le parole “complimenti”, “convenevoli”, “cerimonie” ma anche queste rendono solo in parte il reale significato. Il ta’arof, infatti, è un insieme di norme non scritte che regola i rapporti tra le persone; è un codice di azioni ed espressioni per ogni occasione, una ritualità molto frequente nella quotidianità. Fare ta’arof nei confronti di un ospite, di un amico, di un collega, equivale a dedicargli assoluta attenzione e ad offrirgli ogni genere di cosa in tutte le occasioni. È un gioco sottile tra le parti con molti rimandi alle regole dell’educazione, dell’anzianità, della gerarchia, della posizione sociale.

È così da secoli, la persona è importante: che si tratti di un familiare, di un conoscente, finanche un passante, l’essere umano ha un grande valore: va rispettato, accolto, onorato e spesso trattato meglio di come si tratterebbe se stessi.
Per capire davvero l’importanza della famiglia, degli ospiti e sperimentare il ta’roof non rimane che partire, e predisporsi al nuovo, come facevano gli antichi viaggiatori.

Maria Rosa Mormone

 

Fotografia di Alireza Khatibi, Goftegoo Park, Tehran, Iran per “Iran unveiled. The street photography collective that shows the softer side of Iran”, Berkeley, California, Settembre 2016.