“Se c’è oggi un’esperienza condivisa è un senso di impotenza, di mancata presa sugli eventi”. Daniele Giglioli, docente di Letterature Comparate presso l’Università di Bergamo, usa da subito queste parole per il suo libro Stato di Minorità, pubblicato nel 2015 per gli editori Laterza. L’incapacità di organizzarsi, partecipare, cambiare lo stato delle cose nella realtà è soltanto pari al percepito senso di inefficacia di un’azione che sia civile e politica. In una società dove quindi l’azione politica non è proibita, ma svuotata di concretezza, quali sintomi si manifestano tra gli uomini, quali discorsi rappresentano questo stato di minorità?

Per rispondere, Giglioli tira le fila dei suoi studi, ne individua un filo rosso continuo, che porta luce su comportamenti e pensieri umani, sulla relazione dell’uomo moderno con il proprio contesto, con il potere costituito. Il profilo che ne esce fuori non è tra i più positivi: lo scrittore individua almeno cinque “dispositivi”, o meccanismi culturali, che definiscono l’identità civile e politica contemporanea.

Innanzitutto, il dispositivo terroristico. Il terrorista è colui con cui non è possibile parlare né trattare. “C’è terrorismo quando non c’è più linguaggio in comune”: le parti in conflitto, cittadino e potere, hanno entrambe rinunciato ad usare lo stesso canale di comunicazione. La conseguenza è “un delirio di onnipotenza cui sottende una condizione di impotenza radicale”. Stante le diversità tra i cosiddetti terroristi dei tempi moderni, costoro hanno caratteri simili: la modernità aveva promesso emancipazione, democrazie e rivoluzione. Ambizioni disattese, così da rendere appetibili altre promesse, ma nichiliste o semplificatorie.

C’è una ferita aperta, dunque, un trauma da affrontare. Il dispositivo traumatico spiega come sia l’impotenza che genera il trauma, non il contrario. L’uomo moderno non riesce ad elaborare una risposta agli stessi successi del Novecento: invece di accettare come sfida la globalizzazione, l’accelerazione demografica, le instabilità economiche, si ritrova impietrito, terrorizzato. Rifugge allora il conflitto, preferisce lo scontro.

“Ma lo scontro non è che la degenerazione del conflitto. Il conflitto è un processo generativo, creativo: tra genitori e figli, tra maschi e femmine, tra città e campagna […] …Nessuno dei due termini ne esce immutato. Nello scontro invece prevale la logica dell’annientamento, della negazione radicale”.

Il dibattito delle opinioni non è che la parodia di questo scontro: “Ogni dissenso è violenza, ogni contrapposizione è guerra, ogni critica è partito preso”. Qui si inserisce il dispositivo vittimario: nel discorso politico e culturale di oggi la “vittima” gode di un punto di vista preferenziale. Singoli cittadini, gruppi organizzati, leader politici: essere vittima rappresenta una rivendicazione di potere, una scorciatoia per la descrizione di sé, infine una giustificazione della propria passività. Ma l’impotenza, ricorda Giglioli, non è incolpevole: la mancata assunzione di responsabilità nella propria inattività cela il desiderio di sentirsi innocenti.

Indagando la superficie del quotidiano, emerge invece il dispositivo della miseria simbolica: i cittadini “non fanno una cosa in tanti, ma fanno in tanti la stessa cosa”, chiosa Giglioli. Dal mito politico dell’eroe del Novecento, la reazione nella modernità ha esaltato l’uomo semplice, lunatico, marginale, senza pretese. Invece della rivoluzione il cittadino ha scelto l’esodo: un’uscita di sicurezza, pur di non fare i conti con il potere. Ma sottraendosi al confronto con il sovrano, ha accettato i simboli che qualcun altro ha imposto, la maggior parte delle volte dall’alto. Ha dismesso i simboli ormai autoreferenziali, ma ha rifiutato di partecipare ad una loro nuova creazione.

In questa sorta di sopito trambusto, la vita continua in ordinaria amministrazione, ma di fatto vige uno stato d’assedio: l’ultimo è il dispositivo dello stato d’eccezione, che comprende, legittima e talvolta amplifica i precedenti. Per il principio della sicurezza e della governabilità, in pace quanto in guerra, la sovranità moderna agisce in uno stato di crisi perpetua, sempre diversa, che necessita di continue riforme normative. L’emergenza è oggi economica, come il nuovo volto del potere, e finisce per giustificare la privazione di diritti politici e civili dei cittadini.

Depressione, frustrazione e malinconia sono così i disagi psichici della società contemporanea, frutto dell’eclissi del conflitto. Sono questi i caratteri degli anti-eroi, forse anche i nostri, per nulla ribelli, se non nelle proprie vite individuali, impegnati nella strenua resistenza al reale. Cosa fare allora, come reagire? Prova a rispondere lo stesso professore, con le armi della critica: il primo passo è riconoscere gli errori, chiamarli con il loro nome. Ma, in ultimo, più che sfruttare la guadagnata consapevolezza per accettare il passato, è doveroso non perdonarsi che sia andata proprio così.

Davide Ficarola

Libro recensito: Daniele Giglioli, Stato di Minorità, Editori Laterza, Collana I Robinson, Serie Solaris, 2015.

Fotografia di Mondo Cane, di Jos de Gruyter & Harald Thys, a cura di Anne-Claire Schmitz al Padiglione Nazionale del Belgio per la 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, MayYou Live In Interesting Times. Photo by Francesco Galli. Courtesy: La Biennale di Venezia. Il Padiglione Nazionale del Belgio ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria 2019. Per Info: Il Belgio alla Biennale Arte 2019.