Da quando è tramontato il sole sull’era del Presidente Abdel Aziz Bouteflika, nel febbraio 2019, l’Algeria vive un complicato momento di transizione sul quale aleggia lo spettro di una recrudescenze di passate, e forse mai sopite, violenze. La popolazione ha infatti sfidato i divieti istituzionali, per la prima volta dopo molti anni, scendendo in piazza per manifestare in vista dell’elezione presidenziale (inizialmente prevista per aprile 2019) per chiedere un cambiamento. Dopo aver ottenuto una deroga e con una lunga fase di negoziazioni, la data per le prossime elezioni presidenziali sembrerebbe essere fissata per il 4 luglio 2019. Per capire su quali complessi equilibri poggia il paese è utile sfogliare l’ultima edizione di Storia dell’Algeria Indipendente di Cristina Roggero e Giampaolo Calchi Novati (Bompiani, 2018).

L’era Bouteflika iniziò nel 1999, alla fine della cosiddetta Decade Nera, un periodo di scontro molto violento tra le fazioni islamiste, i gruppi di resistenza armata, le autorità dello Stato, l’apparato militare e non ultima la società civile, che ha pagato il prezzo più alto in termini di vite umane. Abdel Aziz Bouteflika ha mosso i primi passi della sua carriera politica, negli anni ’60, tra le fila dei rivoluzionari, quei giovani impegnati nella liberazione dell’Algeria dal giogo francese. Divenne poi Ministro degli Esteri durante la presidenza di Houari Boumédienne (1976-1978) e prese la guida del partito Fronte di Liberazione Nazionale prima di presentarsi alle elezioni presidenziali straordinarie indette per il 1999.

Durante i difficili anni della guerra civile (1992-1999), Bouteflika era stato un difensore della riconciliazione, sosteneva infatti di ritornare al dialogo tra le diverse parti come unico strumento porre un termine alla violenta crisi che aveva attraversato il paese. L’abilità oratoria e l’accento che pose sulla necessità di ristabilire la sicurezza, la pace e la posizione internazionale come primi passi per una nuova democratizzazione del paese gli valsero la fiducia non solo dei suoi concittadini ma anche di personalità importati dell’apparato statale, nonostante la sua elezione non fosse stata lineare (a pochi giorni dal voto 6 dei 7 candidati alla Presidenza ritirarono la candidatura per protesta contro uno scrutinio che sembrava già predeterminato),

I primi anni della sua Presidenza furono caratterizzati da un progressivo ma rapido ritorno alla stabilità, in virtù del consolidamento dei due percorsi paralleli di democratizzazione  e modernizzazione. In ambito economico, la modernizzazione riguardò in modo quasi esclusivo il settore del petrolio e dell’estrazione degli idrocarburi, di cui il sotto suolo algerino è tutt’oggi ricchissimo. Grazie ai proventi della vendita del petrolio, il cui prezzo rimase in costante crescita tra il 2000 e il 2008, Bouteflika riuscì a promuovere politiche di welfare estensive con le quali garantì alla scuola, all’università e alla sanità pubbliche, all’acqua potabile e costruì nuovi alloggi sociali. Tuttavia, la crescita demografica fu più rapida di quella economica e nel lungo periodo queste misure si rivelarono poco incisive nel contrastare la disoccupazione giovanile. Nel 2008, quando le rendite del petrolio iniziarono a diminuire, la disoccupazione divenne il problema sociale principale.

Anche il processo di democratizzazione si rivelò con il passare degli anni solo un abbozzo. Come spiega l’autrice:

“Nei fatti si trattò più di presentare l’Algeria come un paese democratico, attraverso l’organizzazione di elezioni a scadenza regolare, garantendo un regime multipartitico. Una scarsissima fiducia popolare nei partiti e l’immaturità delle stesse organizzazioni partitiche determinarono una vita politica malata di astensionismo crescente. Durante tutta l’era Bouteflika, i partiti non si professionalizzarono e neppure si modernizzarono coltivando un clientelismo strutturale.”

L’iniziale spinta verso il cambiamento rallentò progressivamente. Il paese rimase imbrigliato negli intrecci di interessi sempre più stretti tra forze politiche e militari intorno al mantenimento del potere. Se da un lato, questo immobilismo ha permesso all’Algeria di uscire immutata dalle Primavere Arabe del 2011 che hanno invece trasformato i paese limitrofi come Tunisia, Egitto e Libia, dall’altro ha provocato un importante malessere sociale. Proprio questo si è manifestato quando lo scorso febbraio Bouteflika ha ufficializzato la sua candidatura per un quinto mandato consecutivo nonostante l’età avanzata e i gravi problemi di salute. Di fronte ad un apparato statale sempre uguale a se stesso, le organizzazioni della società civile hanno deciso di rompere il silenzio per chiedere con forza un cambiamento. In seguito a queste dimostrazioni pacifiche, la popolazione ha ottenuto il rinvio delle elezioni e il ritiro della candidatura di Bouteflika, tuttavia le tensioni fanno temere un ritiro delle violenze degli anni ’90.

Come mostra Cristina Roggero negli ultimi capitoli del volume, i delicati equilibri tra apparato statale algerino e popolazione mettono in evidenza quali saranno nodi per l’Algeria che uscirà da questa transizione politica, ovvero quel nuovo paese in cui la popolazione potrebbe tornare ad essere davvero la protagonista.

 

Barbara Palla

Cristina Roggero e Gianmpaolo Calchi Novati, Storia dell’Algeria Indipendente, Bompiani Editori, 2018, pp.  592

In fotografia: La promenade des Sablettes, Algeri, Algeria,  Habib Kaki,  2018.