Il filosofo iranico Avicenna nasce nel 980 a Bukhara, attuale Uzbekistan, e la sua storia screziata di leggenda vuole che in adolescenza sia già conoscitore di poesia, musica, scienze naturali, abile in aritmetica e che abbia imparato il Corano a memoria. In effetti Avicenna è riconosciuto come il genio più completo e versatile della tradizione islamica.

La sua ermeneutica della metafisica di Aristotele venne elaborata grazie ad Al-Farabi, anche lui filosofo persiano, che aveva combinato una sintesi tra pensiero aristotelico e platonico.

Le opere di Avicenna che influenzarono più profondamente l’Occidente sono “La guarigione”, una summa di scienze e “Il canone di medicina”, che per secoli ha fatto da manuale per la medicina araba. Il “Canone” ha reso Avicenna “il padre della medicina moderna”, infatti i suoi principi sono ancora insegnati in diverse università in America.

In questa opera Avicenna stabilisce cosa sia la salute e cosa la malattia, e concepisce quest’ultima come la perdita dello stato di salute. Dunque non intende la malattia come il presentarsi di un sintomo, ma come l’alterazione di uno stato di benessere intimo e globale della persona. Questa concezione guida le più recenti scoperti neurologiche, ed è ormai corroborata dai più moderni studi celebrali. 

Tra le cause della salute e della malattia ci sono sia “cause materiali”, sia il “temperamento” del soggetto e la “facoltà vitale e psichica”. Avicenna osservò lo stretto rapporto tra emozioni e salute, e dichiarò che la musica è ha effetti importanti sullo stato del paziente. 

Dunque Avicenna fu un immenso indagatore della medicina e un immenso saggio della spiritualità, quando la sapienza umana non era  così divisa. 

Anche il suo contributo e la sua influenza filosofica si tramandò nei secoli. Attraverso l’opera di Plotino, Avicenna è riuscito ad accordare istanze del Corano e logica della filosofia greca. E non era una missione facile. Il Dio islamico come quello biblico ha creato per atto voluto, è onnipotente, da Lui dipendono il bene e il male. Mentre il Dio plotiniano è l’Uno traboccante di pienezza ontologica, che non sceglie, potremmo dire che non ha bisogno di scegliere di creare, perché da Lui scaturiscono per abbondanza di essere una catena di esseri fino alla creazione del mondo terreno. 

Tutte le cose dipendono da cause, dunque sono possibili ma non necessarie, mentre Dio trova la propria causa in se stesso. Dio-Uno però crea direttamente solo unità e non può discendere da Lui la molteplicità. Perciò si dipartono da Lui una serie di intelligenze che dovrebbero giustificare la dispersione ontologica nella molteplicità fenomenica.

Dio è essere necessario, mentre il mondo della materia poteva compiersi o meno, potrebbe esistere o meno. Ma solo in Dio si identificano essenza ed esistenza.

Come Plotino, quella di Avicenna è una metafisica emanazionista, carica di tensione mistica.

Il mondo è coeterno a Dio ma non per questo è stato generato direttamente, in quanto Dio ha una sorta di orrore ontologico della materia(come nel manicheismo persiano).

Dio dunque è causa necessaria, e dunque la creazione necessariamente fluisce, non vi è un atto di scelta, che i teologi arabi e cristiani dovranno integrare nel sistema avicenniano per dogmatizzarlo all’interno dell’ortodossia religiosa. Questa scala della creazione può essere ripercorsa attraverso un percorso interiore, e il traguardo quasi sovrumano di questo pellegrinaggio interiore, culmine dell’esperienza di unione a Dio, è l’estasi.

Avicenna è riuscito a conciliare dogma e intuito, fede e razionalità, un senso poetico del divino e la logica della Sua irresistibile necessità, ipostasi intellettive e discesa siderale nella materia, in una grandiosa architettura metafisica.

Avicenna resterà celebre per la distinzione tra essenza ed esistenza, che solo in Dio coincidono, mentre in tutti gli altri esseri non è così. 

Noi oggi pensiamo che ciò che vediamo sia più autentico di ciò che possiamo solo pensare, perciò abbiamo dubbi sull’esistenza di Dio e crediamo invece che la materia esista davvero.  Dubitiamo con orgoglio di ciò che non cogliamo coi sensi, difendiamo strenuamente l’attendibilità dei sensi: mentre in epoche più antiche si intuiva più naturalmente che ciò che esiste davvero non è la forma incessantemente diversa della materia ma il sostrato di energia da cui si manifesta.

Oggi la fisica quantistica dimostra, con un gioioso sapore mistico, che la materia è solo una fase di coagulazione dell’energia ma che è questa energia a sussistere mentre la materia è piuttosto una temporanea apparenza fenomenica. 

Ancora oggi possiamo imparare da Avicenna. 

Giulia Bertotto

E. Gilson, La filosofia nel Medioevo, Sansoni, Firenze, 2004.

G. Gnoli, Il Manicheismo, Vol I, Mani e il Manicheismo, Mondadori, Milano, 2003.

In fotografia: Avicenna visita un paziente, Wellcome Collection, Londra.