Per lungo tempo, etnologi, antropologi e ricercatori hanno ritenuto che esistesse un “Islam nero”, una religione di derivazione musulmana necessariamente pacifica perché nata del sincretismo tra Islam e elementi locali tradizionali. Questa particolare concezione però sarebbe figlia, secondo Jean-Loup Amselle, antropologo e Direttore dell’Ecole de Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS) di Parigi, di una serie di pregiudizi coloniali, post-coloniali e orientalisti che non sono mai stati completamente cancellati. Nel suo ultimo saggio Islam Africani, la preferenza sufi (Meltemi Editore, 2018) Amselle propone infatti di rileggere la nascita e la diffusione del Sufismo, l’insieme delle correnti mistiche dell’Islam, in Africa sub-sahariana da un’altra prospettiva, più storica e più politica. 

Il punto di cui partire secondo Amselle è abbandonare l’idea che esista un “Islam indivisibile” ma considerarlo al contrario plurale, composto di una molteplicità di interpretazioni diffuse in varie regioni del mondo. Così facendo ogni Islam può essere inserito in una più ampia dimensione polit