“In Iran la nostra famiglia, una dei capiclan bakhtiari, una grande tribù nomade dell’altopiano iranico, era proprietaria di due grandi case, una a Esfahan e una a Khanemirza, e in entrambe la porta era sempre aperta, agli amici quanto agli estranei. Chiunque arrivasse a Esfahan dal Bakhtiari dormiva da noi: i vecchi venuti in città per una visita medica, i genitori per comprare il corredo alle figlie, i ragazzi per cercare lavoro, gli uomini per consultare mio padre in merito a qualche disputa locale e le giovani madri per chiedere consigli sulla gravidanza e la cura dei bambini. Alcuni si fermavano per qualche notte, altri per mesi di fila.

Tutti noi partecipavamo alla vita dei nostri ospiti. Noi bambini facevamo da interpreti o da guide, mia madre da intermediaria con i medici, gli ospedali o i commercianti. E d’estate quando ci trasferivamo a Khanemirza, ospitavamo la gente di città, venuta da Esfahan e Teheran a passare una vacanza in un paesaggio per loro esotico. A volte quelle persone non le conoscevamo nemmeno. Magari erano cugini di una maestra di mia sorella, o viaggiatori che si erano persi.

Ogni tanto io e i miei fratelli ci lamentavamo per la mancanza di privacy, ma mia madre rispondeva sempre che per i bakhtiari nessuno è più spregevole di chi chiude la porta agli altri (dar-e khone baste). Per lei l’ospitalità non era solo una fatto di buona educazione, un gesto nobile, ma l’essenza stessa dell’essere umani. Non le ho mai confidato che talvolta dormivo all’addiaccio. Non avrebbe potuto capirlo”.

Così Shahram Khosravi, iraniano, scappato dall’Iran per non morire al fronte contro l’Iraq negli anni Ottanta, racconta in