Il filosofo berbero Averroè è come un vento funesto che spiffera nelle finestre del castello della filosofia occidentale. Ma proviamo ad entrare nelle sue fortezze. In questo saggio,  Averroè l’Inquietante. L’Europa e il pensiero arabo di Jean-Baptiste Brenet (Carocci, 2019), l’autore costruisce una sorta di “caso Averroè” nel quale la vittima è l’individualità del pensiero umano e l’arma del delitto, l’intelletto agente.

Capo d’accusa, è questo intelletto eterno e separato da tutte le facoltà umane, unico per tutti gli uomini. L’idea incriminata è che tutti i nostri diversi, disparati, anche discordanti e opposti pensieri derivino ontologicamente da uno stesso principio psichico, l’intelletto agente, particolarizzato poi dall’intelletto possibile. Questo delitto si chiama monopsichismo e secondo la filosofia medievale che ha recepito il sistema averroniano, ha conseguenze di immane portata: castra intellettivamente l’uomo, lo invalida a una condizione senza dignità razionale, comporta l’insignificanza e l’annichilimento della personalità individuale e dell’intero progresso della nostra storia. Insomma, nessuno di noi vorrebbe attribuire l’originalità delle proprie idee ad un indistinto pensante comune a tutta l’umanità!

L’autore ci addentra da subito in parallelismi e suggestioni tra la psicanalisi freudiana e le angosce medievali, ispirate da questo intelletto agente averroniano. Il Monopsichismo di cui si macchia il filosofo di Cordova, è lo spauracchio dell’Europa del Duecento, orco che però viene nutrito da dispute e alimentato da polemiche. Mostro che turba e seduce catalizzando ossessioni.

Averroè incarna infatti le caratteristiche del “perturbante” freudiano, che il padre della psicanalisi indaga a partire dal racconto “l’uomo di sabbia” del letterato romantico Hoffmann. In questo racconto gotico, il giovane Nethanael, ricorda che quando era piccolo, per convincerlo a dormire, sua madre minacciava di un mostro che gli avrebbe cavato gli occhi. L’autore avanza un parallelismo tra queste macabre reminiscenze indagate da Freud e le fobie dei pensatori latini; in particolar modo Tommaso d’Aquino.

In questo erudito e avvincente noir allegorico, gli occhi strappati rappresentano l’incubo dell’intelletto agente, che tramuta gli uomini in eunuchi della visione interiore, resi impotenti nella mente. Teologi e filosofi si sono sentiti eviscerati del loro sguardo, come del loro pensiero autonomo, del loro intelletto individuale. Averroè li aveva mutilati dell’occhio del pensiero, castrati della libertà di giudizio, dalla virilità del proprio arbitrio. Averroè gli restituiva, sulla scorta di Aristotele, un intelletto svilito, capace di ricevere e non di afferrare, con tutte le allusioni sessuali di questa evirazione simbolica.

Brenet scorge in questo intelletto uguale per tutti, la fusione delle percezioni del bambino molto piccolo, che non distingue ancora le proprie pulsioni dai desideri materni. La natura unica e soprannaturale del pensiero nella psicologia averroniana nasce da un’esperienza infantile di simbiosi fetale irrisolta, da un’esperienza materna fagocitante?

I meccanismi di difesa e di proiezione da cui derivano secondo l’autore, certe speculazioni filosofiche, non appiattiscono questa secolare vicenda in una diagnosi di puerilità traumatizzata dell’Europa cristiana, o di Averroè stesso, ma captano la forza inconscia di un archetipo che riemerge: il perturbante.

In modo affascinante ed evocativo, l’autore paragona il vissuto spaventoso e poi rimosso dell’infanzia, al ripresentarsi della teoria della conoscenza di Averroè nelle accademie medievali. Allo stesso modo l’eterno ritorno Nietzieschiano viene assimilato a una coazione a ripetere volta a scaricare tensioni, un’essenza psichica monolitica che schiaccia l’umanità, ripetendo compulsivamente solo se stessa.

“L’inquietante” fa decantare dalle sue pagine, un ammaliante sapore horror, perché l’intelletto di Averroè possiede come un demonio collettivo l’esistenza di ciascuno. Non siamo liberi in quanto pensiamo, ma al contrario, posseduti in quando “veniamo pensati”. L’intelletto agente con la sua natura metafisica per tutti uguale, tutti domina. Privato dei suoi attributi intellettivi, l’uomo di Averroè, dubita di se stesso fino a stravolgere il motto cartesiano penso dunque sono in “sono pensato…dunque sono?”

Eppure questo sfocarsi nell’indefinito, questo morire degli enti soggettivi in uno spirito pensante sovraindividuale, offre dall’altro capo ontologico, il ricongiungimento con la vita eterna. Il pensiero di Averroè, “Non è anti-vitale ma anti-personale” scrive Brenet, le vite intellettuali individuali “sacrificate”, si diluiscono in una gnoseologia spersonalizzante ma è così che si divinizzano nella Vita intellettuale universale. Il caso è quindi risolto?

Siamo sicuri che il vento del perturbante non si alzerà più?

Giulia Bertotto

Jean-Baptiste Brenet,  Averroè l’Inquietante. L’Europa e il pensiero arabo (Carocci, 2019).

In fotografia: Averroè nell’Apoteosi si San Tommaso d’Aquino,  Andrea di Bonaiuto, Cappellone degli Spagnoli, Santa Maria Novella, Firenze, 1340.