Quella che ci racconta Telmo Pievani nel suo ultimo saggio Imperfezione, una storia natuale (Raffaello Cortina Editore, 2019) è la storia dell’esistenza come trasgressione ad una simmetria, l’avventura dell’universo che erompe dalla rottura di un ordine. Diciamo subito che il paradigma dell’autore è che la perfezione sia un’ingrediente sterile, mentre l’imperfezione è una ricetta imprevedibile gravida di possibilità. Lo splendore della biodiversità che ammiriamo oggi non è il frutto di una teleologia, ma di una fantasia di compromessi che scaturiscono dal caso. Dalla stabilità non nasce niente, parafrasando una canzone, ma dalla fertile instabilità, generatrice incessante, si articola tutto quello che vediamo e che….neppure immaginiamo.

Il libro è l’apologia di un’imperfezione cosmica da cui esplode un’esuberanza di forme di vita. Una cosmogonia all’insegna di svolte, clinamen lucreziani, deviazioni minime nella pioggia di atomi epicurei che hanno conseguenze strabilianti. Iniziamo questa “partite a bocce” tra probabilità in cui il vincente è decretato da intrecci di forze e non stabilito da una volontà provvidenziale.

La genesi rocambolesca del nostro pianeta parte dal vuoto quantistico: un vuoto carico di potenzialità. In principio vi fu l’assenza di materia, ma l’inflatone impresse la prima svolta; la prevalenza della materia sull’antimateria era il risultato di un momento critico, non di un progetto finalistico, spiega Pievani.

Seguì l’inflazione, cioè la crescita abnorme dell’universo e poi un brusco rallentamento; a questo punto fu l’azione non uniforme dei campi di gravità a condensare ammassi di galassie in alcune zone, pieghe dello spazio in cui si sono “compattati” pianeti. Polveri stellari hanno sparso sacche di proteine, che sulla terra divennero vescicole con un nucleo: ecco a voi, le cellule.

Gli errori nella duplicazione del DNA delle cellule permisero le peripezie dell’evoluzione, senza di essi nessuna mutazione potrebbe giocarsi al casinò della genetica, puntata vincente fu il primo cumulo pluricellulare.

Pievani dedica un omaggio scientifico ai microbi, che hanno reso la terra abitabile per animali e vegetali, vivono nelle nostre viscere, e ci mantengono in salute. E non c’era ancora l’ossigeno, gas che segnò l’apocalisse per alcuni di loro, ma l’alba del regno vegetale. Venne poi con fiori e liane, l’epoca dei dinosauri, adesso piccioni trotterellanti sotto le panchine.

La fine del mondo di qualcuno è sempre anticamera della fortuna sopravvivenziale di un altro. Nessuna estinzione fa scandalo nella natura, perché, con una metafora mitologica scelta dall’autore, voltando l’altra faccia del dio Giano, esprime un’opportunità preziosa per altri esseri.

Esempi bizzarri e stupefacenti si susseguono incalzanti nella scrittura esilarante di Pievani, come l’alce irlandese, che finisce vittima dei suoi stessi palchi, prima trionfanti poi ingombranti. Accade spesso infatti, che un’abilità o un organo indispensabile, si trasformi in un’ invadenza morfologica fatale. Improvvisazioni anatomiche, corazze obsolete o ali in disuso come quelle dei pinguini, la vita non avanza pianificando ma sbagliando e riprovando.

Quella di Imperfezione è la storia di ciascuno, maestosa nella sua origine spaziale, ma raccontata in modo brillante. Pievani narra in maniera pungente e scientificamente rigorosa la nostra infanzia di enzimi e pesci, fino ad ora, con le ingerenze della plastica e di Trump.

Un’esplosiva epopea, un po’ darwiniana e un po’ circense, – ma mai risibile- di cozze, ragni di mare, cetrioli e spugne, nell’azzuffarsi a colpi di estinzioni che ciclicamente hanno falciato miriadi di specie, ci diverte e stupisce pagina dopo pagina. Pievani riesce a comporre un inno alla plasticità evolutiva e alla versatilità biologica che non esclude nessun espediente e non mira ad alcun modello assoluto.

Homo sapiens, in questo albero genealogico a più zampe e branchie, è una specie recente, occupa una piccola nicchia, sopravvive in limitatissime condizioni ambientali, e il suo cervello è un guazzabuglio di stratificazioni. Sempre indeciso tra immediatezza e lungimiranza, per ragioni ataviche che non riconosce più. Incidenti genetici e accomodamenti sempre arrangiati si sono affastellati nel nostro cranio, l’ultimo è il web, assemblaggio celebrale che si realizza fuori dal corpo.

Sta a noi fare della nostra imperfezione una risorsa, come ha fatto l’eroica piattezza della platessa. Oppure, niente paura, perché lasceremo la nostra eredità a ratti e batteri, campioni di adattamento.

Aprite il libro, l’imperfezione è in corso.

Giulia Bertotto

Telmo Pievani, Imperfezione, una storia natuale, Raffaello Cortina Editore, 2019, pp. 198.

In fotografia: Ugly food, Flickr/Brett ForsythCC BY