Il filosofo del linguaggio Tzvetan Todorov, in questo breve ma incisivo intervento su Gli abusi della memoria (Meltemi, 2019), prende le mosse dall’appropriazione del sistema di comunicazione da parte dei regimi dittatoriali, per affondare una profondissima riflessione sulle ambiguità della memoria nei rapporti tra aguzzini e oppressi.

Nel XX secolo l’Europa è stata schiacciata dal controllo dell’informazione da parte dei totalitarismi: cosa si doveva o non si doveva sapere, avrebbe significato un giorno, cosa si deve o non si deve ricordare. La memoria viene definita dall’autore come un’operazione che media tra cancellazione e conservazione, e perciò che integra quanto di eliminato e di trattenuto di un vissuto. La memoria è dunque un’opera di discriminazione in quanto conservare senza scegliere, è immagazzinare e non porsi con razionalità su quanto avvenuto. Analogamente, anche la democratica sovrabbondanza di informazioni consentita dal Web, minaccia la selezione dei ricordi, ci dice Todorov.

Persecuzioni etniche e deportazioni, mirano ad annullare la memoria di un popolo e quindi la testimonianza della sua esistenza: dunque la memoria si palesa come form