C’è una malattia che sta lentamente infettando tutta l’Asia e il Giappone è il laboratorio ideale per studiarla da vicino. Si tratta del virus dei non-luoghi, un termine utilizzato per indicare quei luoghi che si rinnovano continuamente senza mai mostrare un’età precisa. Rientrano nella categoria, ad esempio, le asettiche stazioni ferroviarie giapponesi, così bianche, pulite e ordinate da sembrare finte e allo stesso tempo incapaci di suscitare emozioni nei passanti.

La tre caratteristiche che definiscono questo concetto sono spiegate dallo scrittore Patrick Holland nelle pagine del libro Treni in corsa nelle notti di Kyoto (Exorma, 2015). I non-luoghi sono a-storici, de-territorializzati e perpetui, cioè non hanno una storia, non rappresentano alcun territorio e nascono per esistere all’infinito. La loro tendenza a essere sovrailluminati da luci artificiali, oltre a mascherarne l’età, nasconde persino il confine tra il giorno e la notte, tanto che “il passaggio delle ore sembra non aver alcun effetto su di loro”.

Nella prima parte del libro Holland tratteggia i contorni della società giapponese, una realtà che può contare su infrastrutture di prim’ordine e treni ultraveloci, stazioni futuristiche e mall all’avanguardia. Le esigenze dei cittadini sono soddisfatte appieno da un governo pragmatico che antepone l’importanza della comunità alle esigenze del singolo. Ma anche un contesto all’apparenza così ideale ha i suoi lati negativi perché il prezzo più alto da pagare è la scomparsa del lato umano. Le persone non possono piantare radici stabili all’interno dei numerosi non-luoghi presenti nel Paese perché l’essere umano non è in grado di esprimere sé stesso in contesti impersonali e impermeabili alle emozioni. “Mi ritrovai a osservare un’area industriale, quell’onnipresente architettura del XXI secolo che non appartiene ad alcun luogo geografico o tradizione”: questo vede Holland fuori dal finestrino di un treno lungo la tratta Osaka-Okuno-In. È il prodotto della modernità sul Giappone, un Paese così pieno di non-luoghi da esser diventato lui stesso un non-luogo.

Dal futurismo giapponese l’autore si sposta in Cina. Una parte del testo descrive gli effetti prodotti dall’urbanizzazione oltre la Muraglia; costruire palazzoni in serie, anonimi e uguali fra loro, per lo Stato cinese è una necessità ma anche un modo per guadagnare. Holland tralascia la politica economica del governo per concentrarsi sulla vita degli abitanti di questi alveari del XXI secolo. “Tutto induce a pensare che qui si possano vivere solo vite fotocopia, prefabbricate, che non ci siano vere possibilità di avventura e che le variazioni possano essere solo superficiali”.

Accanto a un diffuso benessere non passa inosservato il fenomeno delle città fantasma, ovvero centri per lo più disabitati. Molti appartamenti sono vuoti e creano un’atmosfera spettrale, la stessa che fa da sfondo ai più famosi film horror asiatici, dove “fantasmi vestiti di bianco e il volto coperto da lunghi capelli neri infestano la vita delle persone”. Sono gli stessi fantasmi mentali generati dai non-luoghi e presenti in case senza storia, issate ispirandosi ad architetture ibride e riempite da mobili e oggetti riprodotti standardizzati uguali per tutti. “Quando disprezziamo la tradizione siamo pronti a inchinarci davanti alla moda”: è lo spettro del non-luogo che si aggira minaccioso per l’Asia.

Federico Giuliani 

Patrick Holland Treni in corsa nelle notti di Kyoto (Exorma, 2015).

Fotografia di Bernardo Ricci Armani, Tokyo, PhotogrpahingAround.me