Centinaia di civili massacrati, corpi senza vita ammassati in luoghi di fortuna trasformati in obitori d’emergenza; genitori alla ricerca dei loro figli scomparsi e una legge marziale imposta dalle autorità a tutta la nazione. Il 1980 fu un anno tragico per la Corea del Sud, che per mesi fu scenario di quella che può essere definita una vera e propria guerra civile; da una parte i cittadini sudcoreani stanchi della dittatura militare, dall’altra il governo autoritario guidato da Chun Doo-hwan.

Uno degli episodi più drammatici di quel periodo è passato alla storia con il nome “massacro di Gwangju”. Gwangju è una cittadina poco distante dalla capitale della Corea del Sud, Seul. Oggi ci vivono circa 1,5 milioni di abitanti e pochi tra loro amano parlare di quanto accadde per quelle strade nel 1980. Il 18 maggio si scatenò l’inferno e per nove giorni la città – così come tutto il Paese – fu teatro di pesanti manifestazioni antigovernative.

La rievocazione storica del massacro di Gwangju fa da sfondo al romanzo della scrittrice sudcoreana Han Kang Atti Umani (Adelphi, 2017). Ogni capitolo del libro analizza i fatti da una prospettiva spaziale e temporale differente e adotta uno stile narrativo diverso. C’è, ad esempio, la testimonianza in seconda persona di un ragazzo anonimo che ripercorre i momenti precedenti la scomparsa di un amico e la voce narrante dello spirito di un giovane defunto che racconta le atrocità commesse dai soldati su civili inermi.

La scrittura dell’autrice descrive l’atmosfera spettrale in cui sono costretti a vivere i cittadini: a stretto contatto con la morte e con il rischio di essere uccisi dai soldati da un momento all‘altro. I morti più fortunati sono avvolti in teli bianchi e allineati su file ordinate, mentre altre vittime ricevono il crudele trattamento dell’esercito governativo: “cominciarono a sollevarci e buttarci su un camion. Un movimento meccanico, come se caricassero un sacco di grano“. Dopo poche pagine il lettore si rende conto di come non esista un termine migliore di massacro per riferirsi ai fatti di Gwangju: “Non ci sono anime qui. Ci sono solo cadaveri ridotti al silenzio, e questo orribile tanfo putrido”. E ancora “in tutta la città, non un solo quartiere, neppure una singola casa aveva le luci accese“.

La seconda parte del libro è ambientata a ridosso della contemporaneità. I sopravvissuti non hanno più una vita normale, in parte per lo shock subito e in parte per le perdite umane cui dovettero far fronte. Nel quarto capitolo, ad esempio, Kang dà voce a un ribelle fatto prigioniero dall’esercito e sottoposto a torture durissime: “Mi allargarono le dita, me le accavallarono torcendole e ci misero in mezzo la penna. La mano sinistra, naturalmente. Perché la destra mi serviva per scrivere la confessione”. Altri superstiti avrebbero addirittura preferito essere morti che non continuare a vivere con simili ricordi: “Combatto con l’inferno a cui sono sopravvissuto. Combatto con la mia stessa natura umana. Combatto con l’idea che la morte sia l’unico modo di sottrarmi a essa”.

Gli stessi autori della protesta dal quale scaturì la reazione dell’esercito sapevano a cosa sarebbero andati incontro, ma la motivazione che li aveva spinti a scendere nelle strade era più forte anche della paura:

“Ci battiamo per la giustizia, sì, sì!
Viviamo insieme e moriamo insieme, sì, sì!
Meglio morire in piedi che vivere in ginocchio:
ci battiamo per la giustizia!“

Questo era lo slogan scandito dai cittadini di Gwangju meno di quarant’anni fa.

 

Federico Giuliani

Han Kang, Atti Umani, Adelphi Edizioni, pp. 205

In fotografia un’immagine di archivio del Movimento 18 maggio a Gwangju, Wimedia Commons.