In un territorio che supera i 600 chilometri quadrati, il doppio dell’Italia, convivono quasi 54 milioni di abitanti, appartenenti a oltre 100 etnie differenti e seguaci di tre culti religiosi diversi tra loro. A dire il vero questi sono i dati ufficiali, ma nessuno sa di preciso a quanto ammonti la popolazione della Birmania, né è in grado di classificare tutti i suoi gruppi etnici a causa dell’isolamento geografico in cui si trovano certe zone del Paese. L’unica certezza è che la Cina si sta mangiando l’intera nazione birmana a son di investimenti milionari.

Questo è lo scenario in cui si ritrovano immersi i lettori del saggio Myanmar. Dove la Cina incontra l’India (Add Editore, 2015), l’ultimo saggio dello scrittore birmano Thant Myint-U. Nella prima parte del libro Myint-U spiega come sia difficile per la Birmania convivere con un vicino ingombrante come Pechino. Gli artigli del Dragone hanno raggiunto le città costiere, in cui “vivono più cinesi che birmani” perché “per commerciare via mare con l’Occidente la Cina ha bisogno del corridoio birmano”. Ovvero di un reticolato di infrastrutture – strade e ferrovie – che partono dalla provincia meridionale cinese dello Yunnan, al confine con la Birmania, e si protraggono fino all’Oceano Indiano, garantendo al gigante asiatico uno sbocco in mare aperto.

Nelle pagine seguenti l’autore descrive dettagliatamente le trasformazioni della Birmania, dove “la presenza crescente della Cina si vede immediatamente”. Molte città sono cambiate e per certi versi si sono modernizzate, proprio come Mandalay. Myint-U racconta che qui da poco sono stati aperti “tre nuovi centri commerciali”, con scale mobili e aria condizionata, fino a pochi anni fa una cosa impensabile in Birmania. Per capire la rivoluzione rappresentata da queste novità – comuni e scontate in Occidente – basta sapere che la maggior parte della popolazione birmana non ha né acqua corrente né elettricità e fa ancora acquisti nei mercati di strada.

L’aspetto geopolitico si affievolisce nella seconda parte del libro per lasciare spazio alla raffigurazione della società birmana. Il nucleo centrale del Paese, la lunga pianura dell’Irrawaddy, ospita i due terzi della popolazione rigorosamente buddhista, i cosiddetti bamar. A nord e a ovest, in prossimità delle montagne, troviamo i naga e i kachin, per lo più cristiani. A est, invece, ci sono gli shan, anch’essi buddhisti. Intanto la comunità cinese in Birmania aumenta giorno dopo giorno, tanto da formare quasi un nuovo gruppo etnico.

“L’immigrazione cinese ha cambiato tante cose, ci sono più negozi e attività economiche in generale, ma molti birmani di nascita non hanno goduto di nessun miglioramento e si sentono lasciati indietro. I birmani sono dovuti andare via da quando ci sono i cinesi. Ormai solo loro possono permettersi di vivere in centro. Hanno comprato terre, demolito palazzi esistenti e costruito quartieri. Preferiscono stare per conto loro”.

Il dubbio che assale l’autore è destinato per il momento a restare senza risposta: la Cina riuscirà a portare la Birmania nel XXI secolo o si comporterà da mostro predatore che arraffa tutto quello che può senza rispetto per le comunità locali e l’ambiente?

 

Federico Giuliani

Thant Myint-U, Dove la Cina incontra l’India, Add Editore, 2015.

In fotografia: Myanmar 2012, Lelebella su Flickr.