Era il 1957 quando lo scrittore Joseph Kessel si aggirava nei vicoli asfissianti degli ultimi avamposti europei in Estremo Oriente. Già in quel periodo si poteva intuire la storia futura di Hong Kong e Macao, due mondi a parte che avrebbero imboccato una strada differente rispetto alla Cina Continentale. Mentre nel resto del Paese la popolazione iniziava ad assaggiare il maoismo, qui si sperimentavano stili di vita alternativi. L’arte dell’arrangiarsi, che avrebbe in futuro premiato i mercanti e gli uomini d’affari più intraprendenti, stava già plasmando la mentalità dei cinesi di periferia.

Kessel, da attento osservatore, ha riportato i suoi appunti di viaggio nell’opera Hong Kong e Macao. Città degli estremi (Obarrao, 2018). Ai tempi dell’autore, a Hong Kong non c’erano ancora gli enormi palazzoni luccicanti arrivati negli anni ’90 ma la densità abitativa era già al limite. Macao aveva meno casinò di oggi ma quelli presenti erano già trappole letali per i tanti stranieri che speravano in una svolta milionaria. L’estremo di queste due città sta nella facilità con cui i due margini della vita si toccano quotidianamente. Ricchi e poveri, privilegiati e dannati, gente per bene e criminali, giocatori d’azzardo e gentiluomini. Proprio di questo parla il reportage giornalistico di Kessel, uno dei primi a raccogliere storie, suoni e immagini della più profonda periferia cinese.

Un capitolo è dedicato al mercante William Jardine, considerato nella seconda metà dell’800 il principe del contra