Mediascapes (Meltemi, 2018) è il neologismo con il quale, l’antropologo indiano Arjun Appadurai, ha definito quei «repertori di immagini e narrazioni in cui il mondo del consumo, delle notizie e della politica si mischiano grazie alla circolazione delle immagini». Lo studioso si riferisce  alla spettacolarizzazione ed esibizione mediatica di massa, tratto distintivo del mondo globalizzato. La relazione tra tecnologia e immagine è infatti una peculiarità degli ultimi decenni, nei quali parliamo di antropologia multi-situata, ovvero che studia le connessioni cognitivo-comportamentali al di là delle loro provenienze spaziali e geografiche.

Il saggio, a cura di Ivan Bargna, professore di antropologia estetica e dei media, offre una raccolta di contributi che hanno come assunto centrale l’idea che la comprensione della cultura umana, nel suo senso antropologico, possa farsi strada solo «a partire dalle tecnologie che ne mediano la costruzione, diffusione e trasmissione».

I ricercatori che hanno lavorato per la stesura dei testi si sono recati in Cina, in Camerun, e Tailandia, ma anche Milano, per realizzare i loro reportage, svolgendo un’analisi antropologico-mediatica sul campo: indagare una cultura umana sempre più smaterializzata, quella di Internet: un etere di informazioni che però, non dimentichiamolo, viene creato in ogni luogo abitato dall’uomo.

La circolazione mediatica crea simboli e linguaggi, impone visioni della realtà, concettualizza valori, decreta il bene e il male nelle comunità, decide eroi e nemici della società attraverso le cosiddette pratiche audiovisive.

Facciamo qualche esempio: la gemmazione di prodotti filmici indipendenti ha coinvolto negli ultimi anni il Douala, in Camerun, ha visto la crescita della partecipazione di artigiani, tassisti, attori non professionisti, tutti impegnati in progetti audiovisivi senza guadagno. Questo dimostra l’urgenza delle realtà popolari di esprimere le loro reali preferenze politiche e le loro vere necessità. È stato registrato, grazie a questi prodotti dell’immagine (clip, cortometraggi, interviste ecc), uno scollamento tra tendenze di pensiero “dal basso” ed emittenti diretti dalla classe politica, e questo riguarda soprattutto i panorami post coloniali, dove i regimi sono stati imposti in modo violento.

Ma spostiamoci in Tailandia, dove il consenso alle politiche agricole volute dalla famiglia reale, (in special modo della pratica di coltivazione a “terrazzamenti”) invise agli abitanti dei villaggi, passa attraverso la deificazione propagandistica dei membri della famiglia reale, i quali vengono iconizzati nelle gigantografie che li ritraggono. Una vera pratica dell’immagine volta a manipolare e occultare le preferenze e i bisogni manifestati dagli abitanti dei villaggi.

Il boom di possibilità di creazione filmica permessa dal digitale e dalla tecnologia low cost accessibile a sempre più persone, fa sì che concezioni ed esigenze differenti da quelle ufficiali, o da quelle favorevoli all’egemonia politica, acquistino sempre maggiore possibilità di espressione; i fenomeni audiovisivi rappresentano così la nuova occasione di visibilità per cause eclissate da interessi più forti.

Fare luce sui processi audiovisivi che si muovono nei “bassi fondi” mediatici, che non sono a servizio delle classi dominanti e delle élite politiche, prodotti amatoriali e/o indipendenti di “contrabbando visivo”, che ci propongono significati valoriali alternativi, è dunque lo strumento antropologico più all’avanguardia.

A questo proposito, il progetto supervisionato dall’antropologo Vincenzo Matera, mostra come l’interazione tra ricerca scientifica e interventi sociali, si riveli vincente sia per sostenere progetti di inclusione, sia per avvicinarsi a culture differenti; la sinergia tra dimensione conoscitiva e applicativa sperimentata su cittadini immigrati a Milano, dimostra come l’antropologia possa offrire contributi diversi sia dall’assistenzialismo, sia da uno studio solamente accademico. L’antropologia delle immagini si dimostra irrinunciabile nella gestione e nel monitoraggio di progetti sociali oltre una vagheggiata “solidarietà” priva di una profonda comprensione.

E ancora, la traslazione del personaggio eroico biblico di Davide, fabbricato dal cinema Israeliano nelle vesti del costruttore-soldato e martire per lo stato d’Israele, è avvenuta attraverso le immagini e per mezzo della tecnologia cinematografica.

Laddove le immagini, sia intese come elemento figurativo concreto, sia come costruzione di un sistema est-etico, aprono scontri a colpi di pixel per la vittoria di una visione del mondo, si trovano spesso a fronteggiarsi gli interessi delle classi dominanti e quelli delle fasce popolari. Le nuove possibilità di produrre e veicolare immagini, stanno cambiando le opportunità sociali.

Questo testo si mostra allora indispensabile per antropologi aggiornati, per chi studia il cinema e l’arte visiva, per gli psicologi e gli insegnanti del nuovo millennio, e per tutti coloro che vogliono essere più consapevoli degli intenti politici nella relazione mediatica che intratteniamo quotidianamente.

Giulia Bertotto

Ivan Bargna (a cura di), Mediascapes: pratiche dell’immagine e antropologia culturale, Meltemi Editore, pp. 324.

Immagine: Fotografia di Andrea Avezzù, Pavilion of AZERBAiGIAN Virtual Reality, 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, MayYou Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia.