Un costo della vita bassissimo unito a una popolazione accogliente e un clima da favola. Il sud est asiatico è diventato il rifugio ideale per gli occidentali sconfitti dalla globalizzazione, per quelle persone stanche delle loro esistenze piatte e monotone. In tutta la regione si respira l’aria di un lento cambiamento e i ritmi quotidiani sono abbordabili per chiunque, dai più ricchi agli esponenti della classe media, dai delinquenti a giovani in cerca di sballo.

In Cacciatori nel buio (Adelphi, 2017) lo scrittore inglese Lawrence Osborne analizza il tema del declino dell’Occidente raccontando le peripezie nella Cambogia contemporanea di un insegnante inglese stanco di vivere un’esistenza predefinita, “avviata su binari prestabiliti e senza alcun brivido”. Robert, questo il nome del protagonista, per staccare la spina prenota una vacanza in Asia. Una sera, in un casinò della città di Pailin, al confine tra Thailandia e Cambogia, il ragazzo viene baciato dalla fortuna e vince una cifra tutto sommato modesta, 2.000 dollari, ma che nel contesto in cui si trova rappresenta un bel patrimonio. Nella testa di Robert scatta subito una scintilla che incendia il suo inconscio: mollare il grigio Sussex per stabilirsi in Cambogia “a tempo indeterminato”.

Osborne indaga i motivi che hanno spinto Robert a una scelta così drastica e la spiegazione è più semplice del previsto perché “solo lì in Oriente era finalmente arrivato a capire che non era bravo in nulla e che non essere bravo in nulla non gli impediva di andare alla grande”. L’autore ha trascorso molti anni in Asia e conosce bene entrambe le facce del sud est asiatico: quella idilliaca che si presenta ai turisti e l’inferno in cui finiscono i barang. Con questo termine i locali si riferiscono ai giovani che si spingono in Cambogia per sballarsi e vivere senza pensieri. Anche Robert è un barang, ma a differenza degli altri non si perde in droghe né acquista donne; la sua è una semplice fuga da un mondo, quello occidentale, troppo pressante e severo.

Durante il soggiorno cambogiano Robert inizia così a “cacciare nel buio”, un’attività che accomuna tutti i barang. L’obiettivo della caccia è trovare la felicità, o almeno riscoprire il senso della vita. Ma tante sono le tentazioni sulla strada dei forestieri. In Cambogia la povertà è elevata e alcuni abitanti non si fanno scrupoli a truffare il prossimo per pochi dollari. Poi ci sono vizi che possono stritolare i più deboli: le droghe, il gioco d’azzardo, la prostituzione, la malavita locale. Restare impermeabili a tutte queste minacce è complicato.

Ma la nuova vita di Robert in Cambogia era sempre meglio di quella dei tanti rimasti nell’ “Europa che moriva in piedi di torpore, tracotanza e debiti” dove “metà dei suoi coetanei erano disoccupati e vivevano in condizioni di dipendenza”. La lontananza da quel mondo si fa ancora più evidente quando l’insegnante pensa che “non c’era niente del suo paese o della sua vita laggiù che amasse o che avrebbe difeso fino alla morte. Non gli piaceva niente di quel modo di vivere”. Robert è uno dei tanti che prova riciclarsi nell’atmosfera del sud est asiatico. E nelle pagine del libro sembra quasi di respirarla quell’atmosfera umida, fatta di piogge, fitta vegetazione e città fatiscenti, retaggio di un lontano periodo coloniale.

Federico Giuliani

Recensione di: Lawrence Osborne, Cacciatori nel buio, Adelphi, 2017.

Fotografia di Bernardo Ricci Armani, Saigon, PhotographingAround.me.