Il Tartufo è una delle commedie più mordenti di Molière (Parigi, 1622-1673): nel 1664 fu rappresentata una sola volta per il piacere del Re Sole, un giovane Luigi XIV, e della sua corte, ma fu poi vietata a causa dell’irriverente rappresentazione di un religioso.

Tartufo è al contempo messa in scena e satira dell’ipocrisia stessa. La commedia fa infatti brillantemente risaltare da un lato la “manipolabilità” di una società basata sulle apparenze che si costruisce come “perbene”, e dall’altro l’abilità e la versatilità senza scrupoli di personaggi bugiardi, falsi, opportunisti, truffatori e spregiudicati di vario genere ma pronti a tutto pur di “arrivare”.

La storia della commedia teatrale in sé è fatta di poco: Tartufo, ipocrita e falso devoto, è così abile da indurre Orgone (del quale è il pio direttore di coscienza) a dargli in moglie la figlia, mentre in realtà tenta di sedurne la seconda moglie. Messo allo scoperto da quest’ultima, ricatta comunque il suo benefattore che gli aveva promesso la sua casa in regalo: va dal Re per fargliela togliere ma, morale della favola, questi scopre la malafede e salva il suo vecchio amico Orgone.

L’ambizione e la rete di Tartufo si costruiscono nel “settore” della falsa devozione: è da essa che viene accalappiato Orgone, ricco signore perso dietro un ideale di perfezione morale. Per un uomo che ha, per così dire, il vizio della virtù, poter trovare una guida spirituale, un sant’uomo che lo consigli e sul quale poter contare ad occhi chiusi, è una vera benedizione. Tartufo aiuta così Orgone a predicare contro la corruzione dei tempi nuovi e a sostenere un’assoluta castigatezza dei costumi.

Se l’ipocrisia è la discordanza fra l’essere e la volontà di sembrare, ci sono diversi modi di essere ipocriti. Lo si può essere, intanto, per temperamento, così come si è iracondi o accidiosi, coraggiosi o vigliacchi, ma Tartufo non è di questi; Tartufo non è ipocrita come Arpagone è avaro.
Tartufo è semplicemente un arrivista: usa l’ipocrisia per raggiungere i suoi scopi. Molto probabilmente in altre situazioni, avrebbe usato altri mezzi; con un libertino di cui tirar profitto, avrebbe fatto il ruffiano.

Tartufo, dunque, non è propriamente un ipocrita, o lo è due volte: sia perché simula la devozione sia perché simula l’ipocrisia. In maniera assolutamente utilitaristica egli non è sincero nemmeno in quanto ipocrita e l’ipocrisia non è la sua natura ma la sua maschera. Analogamente la maschera è la sua arte, trasformarsi è il suo dono, ed è tutto così profondamente umano da far sorridere.

Molière ha capito che per far parte del gioco deve piacere al Re e alla Chiesa e li accomoda, anche nello svolgimento della storia che può finalmente andare in scena liberamente solo nel 1669 perché l’ipocrita non è più un uomo di Chiesa ma un arrivista, un impostore.

Nel finale infatti Orgone, che ha donato tutti i suoi beni a Tartufo, ne viene defraudato per ripicca. Interviene però la mano divina,  il messo del re, e porta invece in prigione Tartufo. Il re, gli fa dire Molière, è così lungimirante che, leggendo nei cuori, ha scoperto il colpevole.

L’ostentata inverosimiglianza dello scioglimento trasforma l’artificio in elemento espressivo. Il teatro doveva servire per far vedere agli uomini i loro difetti e permettergli di migliorarsi. Così il finale adulatorio non è che il tocco magistrale di Molière: l’ipocrisia domina lo scacchiere del mondo, e se sulla scena il poeta, per carità di patria, la deve mostrare sconfitta, lo fa.

Ma sia chiaro che ciò può accadere soltanto per un intervento miracoloso.

Melissa Pignatelli

Da leggere (o rileggere): Jean Baptiste Poquelin detto Molière, Tartufo o l’impostore, varie case editrici.

Immagine: Tartuffe, pubblico dominio, Wikimedia Commons.