Quella particolare forza che sgorga dalle persone in condizioni di emergenza, che sembra essere inesauribile, che sembra rinnovarsi, che è gioiosa tanto il nemico è forte, che fa trovare alle persone il coraggio di vivere davanti a situazioni disumane, Hannah Arendt la chiama umanità in tempi bui.

“In tale umanità, per così dire organicamente sviluppata, tutto avviene come se sotto la pressione della persecuzione i perseguitati si avvicinassero talmente gli uni agli altri da provocare la scomparsa dello spazio intermedio che abbiamo chiamato mondo” (H. Arendt, Umanità in tempi bui, Raffaello Cortina Editore, 2018).

Guardando il documentario The Cave di Feras Fayyad prodotto da National Geographic e presentato al 60° Festival dei Popoli dall’Istituto Italiano per il Film di Documentazione Sociale, vediamo questo tipo umanità molto da vicino.

In un’ospedale antiaereo della Ghouta dell’Est, una zona che inizia a pochi minuti di macchina da Damasco, la capitale della Siria, del personale medico diretto da una giovane specialista in pediatria assiste la popolazione civile colpita da frequenti raid aerei. Mentre il chirurgo opera sentendo musica classica da un cellulare, mentre la cuoca cerca di cuocere il riso, mentre gli infermieri assistono i feriti nelle corsie sotterranee, mentre un padre tiene una flebo alto per il figlio piccolo, tutti in cuor loro tendono l’orecchio alla ricerca del rombo profondo e implacabile che annuncia l’arrivo dei bombardieri. Ma molte volte l’ansia fa percepire rumori che non sono quelli dell’arrivo della morte e allora scatta presto la voglia di fare battute, di scherzarci su. Tutti insieme o col vicino, semplicemente, umanamente, si gioisce per essere rimasti in vita.

Altre volte però il personale deve scappare più all’interno dell’ospedale spesso maledicendo a turno gli aerei russi, il presidente Bashar, il suo regime, e domandadosi se Dio vede tutto ciò a cui loro stessi devono assistere.

Il documentario mostra bene quanto le persone si uniscano in maniera profonda davanti al dolore di un ferito, di una mamma, di un padre, di bambini piccoli, di neonati; davanti all’incertezza delle cure, davanti all’impossibilità di alleviare e di curare, di guarire. Il fatto di sopravvivere, di far parte di coloro che riescono a mantenersi in vita fa inoltre sviluppare tra i sopravvissuti anche un forte senso d’impotenza e di colpa. La colpa di sopravvivere. La sorte che fa rimanere in vita certi si e certi no. E questo porta le persone a parlarsi, a confortarsi, a farsi coraggio a vicenda.

La conclusione del documentario con un bombardamento chimico nei pressi della struttura porta la conclusione della vita dell’ospedale sotterraneo. Davanti alla morte per armi chimiche il personale medico si arrende.

La forza del documentario di Feras Fayyad è nella capacità di rappresentare una situazione di sopravvivenza alle decisioni belliche da un punto di vista di chi cura e di chi sopravvive che si può facilmente immaginare da ogni lato della guerra in Siria. Ghouta, Douma, Kurdistan: i luoghi e le bandiere sulle bombe sono diverse ma i feriti – e i morti – hanno sicuramente gli stessi volti di dolore e sofferenza.

L’umanità, quella lontana, distratta, interessata, burocratica, politica, sembra essersi dispersa.

Melissa Pignatelli

Da leggere: Hannah Arendt, L’umanità in tempi bui, Raffaello Cortina Editore, 2018 

The Cave di Feras Fayyad, Danimarca, Germania, USA, Siria, Qatar, 95′ è prodotto dal National Geographic e ha vinto del Premio del Pubblico al Toronto Film Festival.

Photo Credit: National Geographic