L’Iraq è oramai paradigma di apocalittici scenari di guerra, distruzioni di ogni tipo e tessuti sociali lacerati. La drammatica situazione umana creatasi a Mosul in seguito alla liberazione da ISIS nel 2017 é forse il più noto delle devastazioni cui la popolazione irachena deve far fronte, spesso lasciata sola, in un momento storico in cui ricostruire è diventato l’unico imperativo quotidiano.

Nel settore del restauro dei beni culturali, interventi di ricostruzione del patrimonio artistico vandalizzati da ISIS certamente non mancano: numerose organizzazioni internazionali e Università europee coordinano progetti di ricerca che, con più o meno successo, combinano indagini archeologiche e valorizzazione del patrimonio come base per una futura crescita socio-economica. Ma tutto questo, viene da chiedersi, è realmente sufficiente per dare voce ad attori sociali e a realtà culturali in Iraq troppo spesso negletti dai media?

Tor Eigeland, giornalista e reporter, in When All The Lands Were Sea: A Photographic Journey into the Lives of the Marsh Arabs of Iraq (2015) offre uno sguardo antropologico sulla comunità dei Ma’dan, abitanti delle marshes. Queste paludi, estese nel Sud del Paese tra le città di Amara e Basrah per circa 4000 km quadrati e visitate per la prima volta dal celebre esploratore inglese W. Thesiger tra il 1951-8, furono antropizzate sin dal periodo Ubaid (VI millennio a.C.).

When All The Lands Were Sea (una vera e propria raccolta fotografica), ponendosi in linea diretta con il rinomato The Marsh Arabs (1959) di Thesiger, scaturisce da una spedizione di Eigeland del 1967 (fin’ora inedita) che ci fornisce un quadro della vita quotidiana di una comunità le cui tradizioni non dovevano differire molto dai primi abitanti dell’alluvio Mesopotamico millenni addietro.

I Ma’dan basano la loro sussistenza sulla caccia di bufali acquatici e anatre delle paludi, pescano e si spostano con agili canoe rivestite di bitume e vivono nei mudhif (abitazioni di canne secche tra loro intrecciate e fissate a terra formando numerose volte), visibili ancora oggi nel Sud dell’Iraq, nonché celebri nell’iconografia ricorrente su numerosi reperti archeologici del cosiddetto periodo Uruk/Late Chalcolithic 4-5 (ca. 3700-3100 a.C).

Eigeland narra dell’ospitalità degli sheikh e dei copiosi pasti a base di montone, riso, sigarette e thè, di cacce ai bisonti tra le canne acquatiche, delle discussioni nei mudhif intorno al focolare tra gli uomini della comunità, mentre ritrae tenere scene di vita quotidiana (una nonna impegnata a filare con la nipote, una donna che prepara il riso, una ragazza su una canoa all’alba…) sapientemente attraverso la fotografia. Tramite gli aneddoti di viaggio, l’autore ci fornisce spunti di riflessione trasversali alla letteratura antropologica classica quali il rapporto con l’alterità e l’accettazione dello studioso da parte della comunità locale, i legami di parentela e le politiche matrimoniali e, soprattutto, il conflitto tra i Ma’dan e lo stato iracheno.

Al giorno d’oggi, l’amena umanità dipinta da Eigeland tra le paludi dell’alluvio mesopotamico (ritenute un vero e proprio “paradiso” da Thesiger) è tutt’altro che immune alle sciagure politico-sociali che vessano l’intero Iraq. Nel 1991 le paludi furono drenate da Saddam Hussein in risposta alla ribellione degli sciiti contro il regime, portando la quasi totale distruzione dell’eco-sistema e del tessuto socio-culturale millenario delle marshes, forzando migliaia di persone ad emigrare in città come Basrah per sopravvivere.

Ricostituite parzialmente dopo la caduta di Saddam grazie all’opera dell’ ingegnere idraulico iracheno Azzam Alwash, nel 2013 le paludi furono dichiarate primo Parco Nazionale dell’Iraq, sebbene la loro estensione raggiungesse il 75% di quelle originali nel 2008 e solamente il 58% nel 2015, come riporta il National Geographic (2015). Oggi, le comunità delle marshes combattono contro la diminuzione della portata dei fiumi che alimentano le paludi (crollati del 60% a causa della costruzione di dighe in Turchia, sprechi idraulici in Iraq e salinizzazione dei canali d’acqua), sebbene in tempi recenti le copiose piogge sembrano aver ridato speranza alle comunità.

When All The Lands Were Sea ci offre dunque un ritratto unico di un’umanità millenaria, ma che scorre ancora tra i corsi d’acqua delle paludi in Iraq meridionale. Eigeland fornisce uno sguardo antropologicamente “denso” sulle originali tradizioni culturali di un paese che troppo spesso fa notizia in negativo per le cicatrici che non riesce a risanare a causa di interminabili e logoranti conflitti. È evidente che gli eventi politici internazionali si riversano sempre sugli attori locali e, di conseguenza, anche sulle paludi e sui loro abitanti. Ma proprio per questo non dobbiamo leggere le immagini di Eigeland come cartoline nostalgiche di un tempo che fu, ma come memento costante della diversità umana e delle continue sfide da intraprendere per preservarne l’esistenza.

Michael Campeggi

Michael Campeggi ha appena ottenuto una laurea  magistrale di Archeologia del Vicino Oriente Antico dopo una laurea triennale a Bologna in Antropologia Culturale. Fa parte di missioni archeologiche in Iraq e Turchia.

Photo copyrights: Tor Eigeland, link alla galleria completa disponibile qui 

Bibliografia:

Eigeland, T. 2015 When All the Lands Were Sea: A Photographic Journey into the Lives of The Marsh Arabs of Iraq. Interlink Books: Northampton, Massachussets.

Thesiger, W. 1959. The Marsh Arabs. Penguin: London.

Schwartztein, P. 2015. Iraq’s Famed Marshes Are Disappearing-Again. National Geographic 7/2015, available here