Sociologia d’Algeria (1956) di Pierre Bourdieu è un’opera rivelatrice nella produzione socio-antropologica della seconda metà del ‘900; essa ha consentito di mettere a fuoco elementi di organizzazione sociale validi ancor oggi per capire le diverse società umane, compresa la nostra. L’autore si era posto l’obiettivo di prendere in esame la società algerina, con particolare riferimento alle popolazioni indigene e alle tribù residenti sul territorio.

Tali soggetti sociali attrassero l’attenzione di Bourdieu, il quale, nelle vesti di antropologo, era intenzionato ad analizzare il panorama sociale dei segmenti primitivi. Allievo di Levi Strauss, Bourdieu erediterà una delle scuole antropologiche esemplari: l’umanesimo scientifico. L’antropologia propria di Bourdieu si configura fortemente influenzata dal suo maestro: essa pare muoversi entro limiti predeterminati, attenta a rispettare la tradizionale configurazione normativa della scienza antropologica.

Osservando le relazioni che si instaurano fra le varie famiglie indigene, Bourdieu giunge alla scoperta di uno dei suoi concetti chiave: la pratica. Egli osserva come il complesso intreccio di relazioni sociali dei cabili risulti essere del tutto contrario alle regole sistematiche e sincronizzate dell’antropologia strutturalista.

La nozione di relazione sociale, secondo l’accezione indigena, non solo è contraria ai recinti fissati da Levi Strauss, ma si oppone al modo in cui l’antropologo vorrebbe limitare la loro capacità di diffusione ed elaborazione.

Sarà mediante la messa in discussione delle regole imperative dell’umanesimo scientifico che Bourdieu arriva ad elaborare la “pratica”, quale sistema di azioni improvvisate e approssimative mediante le quali l’individuo si confronta con la realtà in cui vive. Mediante la pratica, il singolo riesce a muoversi, stringere relazioni, evolversi.

Bourdieu ritiene che la pratica sia la spina dorsale del sistema culturale di ogni società. Nella produzione del concetto egli cerca di evitare le alternative teoriche finalizzate a condurre ad una prevalenza delle società occidentali sulle società indigene. Il superamento della tradizionale dicotomia, propria di una visione eurocentrica della società, tra la supremazia della cultura europea e la conseguente inferiorità di tutte le altre culture è merito dell’impegno antropologico durato circa un secolo e mezzo. Nell’adempiere al compito di non consentire alcuna prevalenza culturale egli affermerà che, nel momento in cui una cultura viene sviluppandosi, sia in chiave individuale che collettiva, viene messo in moto un habitus.

L’habitus è l’insieme di pratiche spontanee, grossolane, naturali che concorrono a costituire la naturalezza dell’individualità dell’uomo. L’habitus è ciò che consente agli uomini di prendere decisioni, orientarsi fra le scelte, osservare il mondo e attribuirgli un significato. Qualsiasi azione, volontaria o meno, è frutto di un’elaborazione implicita dell’habitus. Bourdieu precisa che l’habitus non vada confuso con il concetto di “abitudine”.

Se il primo consente la mobilitazione sociale, lo svolgimento di azioni nel breve o lungo periodo, e la realizzazione di una quotidianità, il secondo si basa sulla semplice ripetizione sistematica di pratiche già elaborate e sedimentate nella profondità dell’individuo. L’habitus dispone dunque di una duplice forza creatrice che, se da un lato porta l’individuo alla ripetizione di pratiche, dall’altro gli consente di prendere decisioni, orientarsi, intraprendere strade.

«Contro coloro che nella enunciazione di leggi sociali intese come destino vorrebbero trovare l’alibi di una rassegnazione fatalistica o cinica, occorre ricordare che la spiegazione scientifica, che offre gli strumenti per capire, se non assolvere, è anche quella che permette di trasformare. Una conoscenza più approfondita dei meccanismi che governano il mondo intellettuale non dovrebbe avere come effetto di “scaricare dell’imbarazzante fardello della responsabilità morale l’individuo”… Viceversa dovrebbe insegnargli a porre le sue responsabilità là dove si pongono realmente le sue libertà.» Pierre Bourdieu, 1956

Lorenzo Villani

Lorenzo Villani, 21 anni, è uno studente di sociologia presso l’Università degli studi di Firenze.

Immagine: Pierre Bourdieu, In Algeria. Immagini dello sradicamento, a cura di Franz Schultheis, Christine Frisinghelli, Andrea Rapini, Carocci Editore, 2012.

Le immagini fotografiche presentate per la prima volta in Italia da questo libro sono scattate in Algeria durante la guerra di indipendenza (1954-1962) dal  giovane Pierre Bourdieu.