Mentre il linguaggio militare ha trasformato la pandemia in una guerra contro un nemico invisibile, a Marzo 2020 si compiva il quinto anniversario della guerra civile in Yemen, un paese che negli anni è stato afflitto da scontri armati, epidemie e carestie, e che spesso sembra tacere o non aver spazio nei principali canali di informazione.

Potremmo chiederci, però, come reagisce l’arte a una cronaca così tragica, ricordando le parole di Georges Didi-Huberman in Costruire la durata, 2006: «il tempo della storia si limita a informarci su un singolo aspetto delle cose. Spetta alle immagini il potere specifico di rendere visibile ciò che la storia genera al di là di se stessa».

Ci sono voci e mani che continuano a raccontare lo Yemen conservandone tracce sparse di calma e bellezza. Ho avuto modo di conversare con il pittore Hakim Al-Akel, un punto di riferimento nel panorama artistico del Paese. Classe 1965, Al- Akel ha avuto una formazione internazionale, svoltasi soprattutto al Surikov Art Institute di Mosca dal 1987 al 1994, dove ha approfondito per sette anni gli studi sulla pittura murale, che lui chiama “l’arte del popolo, delle persone”. Parallelamente alla carriera artistica, è uno dei membri fondatori della Association of Yemeni Fine Artists e ha ricoperto incarichi ufficiali come quello di consigliere del Ministro della Cultura e del Turismo nel 2003. Nel 2016 ha tenuto una mostra dal titolo War and Peace in Yemen nella città di Sana’ā, dove attualmente vive.

L’Italia è legata a San’ā dall’esperienza di Pier Paolo Pasolini che, nel 1971, vi girò un documentario intitolato Le mura di San’ā, e vi ambientò alcune scene del Decameron e de il Fiore delle mille e una notte. Nelle opere di War and Peace, che l’artista ha raccontato di aver realizzato nel 2015 durante i bombardamenti che hanno segnato la prima fase del conflitto yemenita, era messo in scena tutto il dolore, la morte e la violenza tra i civili della popolazione yemenita. Fatta salva questa parentesi “bellica” però, Al-Akel ha preferito allontanarsi dalla guerra e ripensare il volto dello Yemen rappresentando una quotidianità scandita da semplici rituali giornalieri dove sembra che nulla accada, e che nulla mai accadrà.

Adottando molto spesso un punto di vista dall’alto, il pittore ci introduce in interni domestici carichi di colori squillanti e caldi, a volte acidi e allucinati. «Il colore – dice Al-Akel – è ciò che mi permette di nuotare nella mia immaginazione, è in sé forma e contenuto».

In questi spazi, i soggetti semplicemente esistono e stanno, indolenti, come in una magica contemplazione. Arabeschi e motivi ornamentali che sembrano presi in prestito da certo decorativismo europeo di matrice matissiana, ribadiscono invece l’appartenenza e la radice mediorientale delle ambientazioni.  L’artista si intrufola con discrezione in queste case e ci mostra l’intimità di coppie che, stese sul letto o appoggiate su un tavolo, stanno per dirsi qualcosa, oppure sono sorprese tutte raccolte sul divano in un abbraccio appena accennato; un giovane, seduto su un pavimento così ornato da sembrare che il suo corpo neanche tocchi terra, è intento a suonare l’oud, il tradizionale liuto arabo.

In qualche modo, la visione dall’alto rivela la contraddizione in atto tra lo sguardo e la visione: il pittore resta estraneo a quanto accade nei suoi quadri, di cui è osservatore silenzioso e narratore onnisciente. George Salles in Le Regard (1939) parlava di un atteggiamento visionario dell’occhio, che “modella il mondo secondo lo schema del suo cosmo”.

In questo senso, la pittura è il mezzo con cui Al-Akel risarcisce se stesso e il proprio Paese costruendo una seconda realtà in cui lo Yemen, uno dei paesi più poveri del Medio Oriente, può rivivere nella ricchezza del colore e delle forme pittoriche.

Uno sguardo più ravvicinato ai personaggi fa emergere però una curiosa mancanza: i corpi non hanno ombra. Si tratta di un’assenza particolarmente significativa su cui vale la pena di soffermarsi. Quando Victor Stoichita passa in rassegna la storia dell’ombra nella pittura occidentale (Short History of the Shadow, 1997) ricorda che Plinio il Vecchio nelle Naturalis Historiale riconduce l’origine della pittura al primitivo atto di circoscrivere l’ombra di un essere umano, raccontando il ben noto mito della figlia del vasaio Butade, che tratteggiò sul muro l’ombra del suo giovane amato in partenza.

L’ombra era il segno di un’assenza, la traccia di una presenza. Lo scopo della rappresentazione dell’ombra, dice Stoichita, è allora quello di fornire un “aiuto mnemonico” per presentificare l’assenza. Curiosamente, quando Pasolini nel suo documentario parlava del popolo yemenita diceva che «i loro corpi hanno la natura delle apparizioni». Di più, nella cronaca contemporanea esistono diversi riferimenti in cui il conflitto yemenita è stato definito con l’espressione shadow war: il giornalista Richard Engel della NBC News ha recentemente adottato il termine per descrivere la guerra tra Al-Qā’ida e l’Isis che si svolge all’ombra di quella tra gli Houthi e il Governo Yemenita. In sostanza, lo Yemen oggi viene descritto come un teatro delle ombre.

Così, ho chiesto ad Al-Akel che ne è stato dell’ombra degli uomini e delle donne nei suoi quadri e lui mi ha raccontato che il chiaroscuro e i giochi di luce sono le prime cose che ha imparato e quelle che poi ha scelto di rifiutare, perché l’ombra tiene il corpo aggrappato alla realtà. Nel suo mondo, invece, un corpo è prima di tutto energia e non proietta né luce né ombra, piuttosto le contiene entrambe. Infatti, nei dipinti di Al-Akel la luce è sprigionata dai muri delle stanze, dai tappeti e dai vestiti, a cui egli dedica molta attenzione soprattutto nei soggetti femminili, che sono i più ricorrenti nella sua produzione. A loro l’artista consegna l’immagine più serena e sognante del paese e sulla tela del quadro – che non ha mai titolo, perché egli preferisce che sia il pubblico a dare il nome all’opera – le donne non hanno niente di cui preoccuparsi: le troviamo indaffarate con dei cesti di frutta in mano, oppure a sonnecchiare sul letto.

Robuste e forti, sui loro abiti trionfano i pattern floreali e geometrici e i copricapi che indossano sono il ricordo di una tradizione rurale che ancora oggi sopravvive in certi villaggi del mondo arabo, dalla Palestina alla Giordania, dall’Iraq allo Yemen. Quando ho domandato ad Al-Akel se le vesti femminili si ispirassero a stoffe tradizionali mi ha spiegato che per lui sono strumenti “materici” che gli permettono di instaurare un equilibrio tra la memoria e il presente, tra la città da cui è abitato e quella, reale, in cui oggi vive. I confini tra una cruda verità e una finzione in cui sentirsi protetti sono quindi aboliti nello spazio del ricordo.

Al-Akel ha scelto di rappresentare una storia alternativa a quella che è toccata in sorte al suo paese: una storia del tempo sospeso, dei gesti semplici e lenti di chi per un attimo guarda al di là del presente.

Ilaria Monti

Ilaria Monti(Latina, 1993) ha conseguito una laurea Magistrale in Storia dell’Arte alla Sapienza di Roma nel 2019 e una Laurea Triennale in Scienze Umanistiche, Lettere Moderne e Contemporanee all’Università di Macerata nel 2015. I suoi studi più recenti si concentrano sull’architettura indiana e sulle pratiche di rappresentazione del corpo nell’arte contemporanea. Nel 2019 ha pubblicato il suo primo libro di poesie “Dalla Terra” (Bertoni Editore) e dal 2016 è coordinatrice della rete Arte Migrante per la città di Latina. Grazie alla vicinanza con ragazze e ragazzi africani e arabi della sua città si è interessata all’arte visiva africana e medio-orientale, approfondendo la produzione contemporanea soprattutto nelle aree di conflitto.

Hakim al Akel è un artista Yemenita nato nel 1965.

Tutte le immagini sono cortesia dell’artista.