Se sfogliamo il vocabolario Treccani e cerchiamo il termine “etnia”, sinonimo di razza e popolo, troveremo questo significato: “In etnologia e antropologia, aggruppamento umano basato su caratteri culturali e linguistici. Spesso usato, nel linguaggio giornalistico, con il significato di minoranza nazionale, gruppo etnico minoritario”.

E’ proprio l’antropologia che può fornire alcune informazioni esaurienti relativi alle radici degli studi sull’etnia, sui pregiudizi e sui preconcetti, talvolta negativi, che trovano tuttora ampia diffusione. L’antropologia, materia scientifica e disciplina accademica, si sviluppò dal XIX secolo, dopo che secoli di esplorazioni avevano accentuato l’interesse in questo settore da parte degli europei occidentali che osservavano grandi differenze nell’aspetto fisico dei popoli del mondo e cercavano delle spiegazioni plausibili. Furono gli antropologi fisici a ideare dei parametri per misurare i vari caratteri: colore della pelle, tipologia di capelli, ecc.. L’obiettivo era trovare prove scientifiche che avrebbero consentito  di  classificare  tutti  i  popoli  del mondo  in  categorie,  dette  razze, basate su insiemi distinti di attributi biologici.

Questi gruppi sociali che gli antropologi cercavano di classificare in categorie razziali erano sottomessi sempre più alla dominazione politica ed economica delle società capitalistiche europee ed euroamericane in forte espansione. Tanto da essere importati, sfruttati e ridotti in schiavitù dagli stessi europei che, col pretesto di considerarli inferiori, trassero vantaggi e profitti dalla loro manodopera. Dato che queste persone erano differenti dai “bianchi” europei anche per lingue, culture, costumi e tecnologie, venne ritenuto che l’appartenenza razziale determinasse gli attributi fisici, morali e mentali dei vari gruppi sociali. Vennero ordinate le razze in modo gerarchico: all’apice c’erano gli europei e in generale i “bianchi” che si ritenevano superiori; sotto invece tutti gli altri.

Fu così che venne giustificata la pratica sociale del razzismo: la svalutazione, lo sfruttamento e in casi estremi lo sterminio di uno o più gruppi “razziali” per motivi economici e sulla base della presunta superiorità biologica intrinseca dei dominatori e la presunta inferiorità biologica intrinseca dei dominati. Così il concetto di razza divenne un’etichetta culturale inventata da uomini per classificare e sottomettere altri uomini.

L’antropologo Lombardi Satriani dice che i pregiudizi sono soprattutto categorie per orientarsi, per facilitare la comunicazione. Umberto Melotti studioso dei fenomeni migratori afferma che in passato i pregiudizi erano funzione vitale per sopravvivere davanti a pericoli sconosciuti. Se questi atteggiamenti dovevano infondere sicurezza e un supporto per costruire la propria identità, singola o del gruppo sociale di appartenenza, la nostra società offre tante occasioni di pregiudizio. Lo scrittore e filosofo tedesco Hans Magnus Enszenberger costruisce la metafora dello scompartimento ferroviario: un luogo che per un determinato periodo assume i caratteri di una sorta di patria che viene difesa dai temporanei residenti contro il minaccioso arrivo di altri passeggeri, visti come fastidiosi invasori degli spazi di abitabilità e di comfort conquistati dai primi viaggiatori.

L’antropologo Tim Ingold nel suo ultimo scritto (Antropologia, Meltemi, 2020) invita a pensare insieme alle persone e, per spiegare l’unicità di questo mondo, è necessario prendere in considerazione la saggezza e l’esperienza di tutti gli abitanti della Terra, qualunque siano le loro origini, mezzi di sussistenza, circostanze e luoghi di residenza.

Perché i pregiudizi nascono dalla volontà di giudicare prima di conoscere, dando spazio a conclusioni di superficialità e generalizzazione. Sembra mancare la curiosità verso il mondo esterno, quella spinta dettata dall’interesse di conoscere realtà differenti alla nostra; molte persone preferiscono rifugiarsi nella propria zona comfort fatta di muri, incomunicabilità e forme di chiusura.

Una pigrizia intellettuale che finisce per stigmatizzare negativamente tutti quelli più se che, banalmente, non si conoscono.

Sara Fresi

Sara Fresi ha una Laurea Magistrale in Storia e Società dell’Università degli Studi Roma Tre ed è iscritta all’Albo dei Giornalisti Pubblicisti del Lazio.

Immagine: Help me out prejudice, videogame, BBC

Per approfondire:

Tim Ingold, Antropologia. Ripensare il mondo, 2020, Meltemi editore: Milano.

Massimo Ghirelli, Epidemia di pregiudizi, in “Diario”, dicembre 1999.

Lavenda H. Robert, Schultz Emily, Antropologia culturale, 1999, Zanichelli editore: Bologna, pp. 7-8.

Treccani.it, Etnia.