In questa nuova fase di convivenza con il virus, potremmo liberarci di antiche zavorre e pesantezze occultate per affrontare con maggiore agilità le nuove modalità della vita sociale che si stanno sviluppando sotto i nostri occhi per i prossimi mesi: liberarci di pregiudizi e stereotipi potrebbe farci vedere il nostro quotidiano con occhi nuovi.

Perché non sarà questione di parlare con persone distanti, migranti, di pigmentazioni epidermiche diverse, di voci con accenti non repertoriati dalla nostra esperienza: sarà questione di convivere – a  distanza –  con i condomini, i vicini, le persone del quartiere, le mamme con bambini, i padri con figli, i padroni dei cani, i commercianti, gli edicolanti, i tabaccai, i colleghi più distanti, gli autisti degli autobus, i fattorini, il personale sanitario, il personale delle forze dell’ordine, gli addetti alle pulizie, le baby-sitter, congiunti di vario genere, le donne e gli uomini delle nostre famiglie (allargate fino al sesto grado), ovvero tutti coloro i quali potremmo anche solo fugacemente incontrare e che saranno i soli, per i vari mesi a venire, con i quali potremo condividere la nostra condizione umana.

Cambiare occhiali, cambiare punti di vista, mollare giudizi ricevuti e idee non verificate, smarcarsi da comodi quanto insalubri stereotipi, sganciarsi da opinioni elaborate da altri, potrebbero aiutarci ad avere un’esistenza migliore, a migliorare l’ambiente sociale e familiare nel quale ci muoviamo normalmente, a porre nuove basi per paese più moderno, così fortemente afflitto da pregiudizi, pigrizie mentali, preconcetti.

Ma come si definisce esattamente il pregiudizio? Leggiamo una pratica definizione di Bruno Mazzara, professore di psicologia sociale, nella pubblicazione Stereotipi e Pregiudizi (Il Mulino, 1997):

“Dal punto di vista etimologico il termine pregiudizio indica un giudizio precedente all’esperienza, vale a dire un giudizio espresso in assenza di dati sufficienti.

Le valutazioni e i giudizi che ogni giorno esprimiamo sul corso degli avvenimenti, sulle relazioni interpersonali, sugli eventi della vita quotidiana, sono per la maggior parte espressi senza il sostegno di continue conferme empiriche e dunque sono anch’essi in qualche modo dei pre-giudizi.”

Se le categorie della nostra educazione, esperienza, cultura, ci portano ad avere dei pre-giudizi, è meglio essere consapevoli che:

“Ciascuno di noi agisce e pensa in funzione dei suoi precisi orientamenti valutativi, culturali, ideologici, rispetto ai quali può essere più o meno elastico, ma dai quali non può mai liberarsi del tutto, e che condizionano in maniera spesso pesante le sue scelte. Ma allora anche ogni preferenza sistematica, ad esempio quella che ci spinge o meno a vedere un certo film oppure a visitare o meno certi tipi di mostre d’arte, potrebbe rientrare nella categoria di pre-giudizi; e lo stesso varrebbe per le preferenze di rapporto interpersonale che ci portano spesso a valutare in maniera differenziata le azioni e le opinioni delle persone a seconda della nostra disposizione più o meno favorevole verso di loro.

Assumere giudizi preconfezionati, avvalersi di conoscenze non verificate, accontentarsi di spiegazioni semplicistiche, lasciarsi persuadere da impressioni superficiali: a questo in parte siamo costretti sia dalla sovrabbondanza di informazioni e contatti, sia dalla necessità di organizzare le nostre idee sulla realtà. Se questo è un formidabile meccanismo di difesa, dobbiamo tuttavia guardarci dalla sua rigidità che ci conduce a pietrificare uomini e cose, fino a rifiutarli e trasformarli in nemici.”

Giudizi errati, tempo sprecato, occasioni perse, ansia inutile: ora più che mai avremo bisogno di elasticità, flessibilità, nuove idee, nuove disponibilità che ci daranno anche – speriamo –  un pò di leggerezza.

 

Melissa Pignatelli

Bruno Mazzara, Stereotipi e pregiudizi, Collana Farsi un’Idea, Il Mulino, 1997.

Bruno M. Mazzara insegna Psicologia sociale nell’Università “La Sapienza” di Roma. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo “Appartenenza e pregiudizio. Psicologia sociale delle relazioni interetniche” (Nis 1996).