Lo straniero in movimento, con il suo bagaglio culturale e soprattutto la sua storia umana causa uno strappo che interrompe quella linearità occidentalistica che struttura il nostro modo di pensare, la mentalità di noi cittadini che viviamo al di qua del più esteso e concettualmente radicato confine che il mondo conosce, determina e subisce: quello tra Oriente e Occidente. Il migrante piomba nella nostra quotidianità imponendoci di prendere consapevolezza della sua diversità, della sua alterità, e aprendo un varco alla concezione di noi stessi come stranieri in riferimento a lui, determinando una continua ri-formazione dell’Io e del modo in cui concepiamo la nostra identità, che diventa così instabile.

Friedrich Nietzsche in Al di là del bene e del male (Adelphi, 2015) sostiene che i fatti non esistono, bensì di essi ne esistono le interpretazioni. Come per narrare le nazioni è necessario costruire una comunità immaginaria e un immaginario  geografico collettivo cui riferirsi, anche il sé necessita di una sua specifica narrazione in grado di geo-collocarci in un luogo invece che in un altro. Il bisogno di pensare l’Io come stabile e ben definito nient’altro non è che una finzione che ci permette di vivere all’interno di una particolare certezza identitaria. Nietzsche insiste sul carattere fittizio del mondo che costringe gli uomini ad avere a che fare continuamente con la mutevolezza della costruzione che rende precaria la nostra  identità e, di conseguenza, la nostra narrazione.

La linearità imposta dalla storiografia, dalla narrazione della Storia frutto di una prospettiva di stampo occidentale, viene deviata, sconvolta e interrotta dall’insinuarsi di altre storie non più relegate nell’oblio. Il movimento degli uomini oltre le frontiere implica una trasformazione complessiva del modo di concepire e di vivere lo spazio del mondo, finora figlio di una logica che tenta di ridurre tutto ad un unico discorso retoricamente oggettivo della storia e della conoscenza. Si aprono infinite possibilità inesplorate che abbattono la concezione olistica della Storia cui fa riferimento Homi K. Bhabha in Nazione e Narrazione (Meltemi, 2020), ciò che impone l’entrata in uno stato nuovo e ibrido in cui nessuna narrazione o autorità – uno Stato, una razza, l’Occidente stesso – ha il potere di concepire la propria verità come unica.

Oggi lo schema fisso di locazione ed identità rassicuranti si è spezzato, anche se gli ossessivi tentativi di preservare un ordine spaziale, oggi in crisi, non fanno che aumentare: si costruiscono muri sempre più alti, frontiere sempre più controllate, fortificazioni continue in una corsa contro il tempo e contro le sue relative trasformazioni, tutto questo a livello globale.

I soggetti occultati da una visione eurocentrica del mondo, condannati all’immobilismo come garante di una autenticità identitaria essenziale, sfidano con il loro movimento e oltrepassamento delle frontiere di mare e di terra l’ordine spazio-sociale che ne ha finora decretato l’immobilità e lo ribaltano, rendendo i confini non più barriere ma soglie di transito, di movimento.

Nonostante le resistenze – nazionali, comunitarie e politiche – ancora fortemente imponenti nel nostro secolo, la tendenza sociale all’apertura e all’interrogazione continua di quelle categorie come la Storia, la lingua e la cultura, lascia presagire che una visione e una narrazione unilaterale sul mondo stia man mano perdendo la sua egemonia, spogliata delle sue certezze e resa instabile al punto da renderne sempre più difficile l’assunzione a riferimento identitario.

Elaborare un senso del luogo, edificare ed abitare lo spazio, implica registrare dei confini materiali, ma soprattutto psichici; tali confini tuttavia restano porosi, potremmo dire fluidi, poiché tutto ciò che lasciamo fuori è destinato a rimanere in tensione dell’attesa di entrare, per il semplice fatto che la linea di confine è esattamente ciò che crea il contatto tra un al di qua e un al di là: ciò che costruisce esso stesso un’alterità con cui entrare in relazione. La presunta scientificità dell’arte cartografica stessa – più generalmente di un sapere – lascia il posto ad un senso aperto e interdisciplinare che determina il dispiegamento di un percorso critico, cioè mai più lineare e concepito nella sua oggettività. In questa prospettiva si aprono nuove concezioni del luogo, dell’identità e della modernità che ne riscrive il senso stesso.

La territorialità sembrava aver fornito il quadro normativo per l’organizzazione della società, ma questo ordine prestabilito è stato sovvertito. La vita degli esseri umani si svolge ancora all’interno dei confini, la nostra vita ma soprattutto quella di coloro per i quali salute, mezzi di sostentamento e relazioni interpersonali restano precari. Quegli stranieri che sono collocati sulla soglia, in uno spazio intermedio tra il dentro e il fuori. Il confine determina uno specifico sguardo di confine che condanna i migranti, anche quelli regolari, ad una estraneità che dura per generazioni. L’antropologo Shahram Khosravi nel suo capolavoro Io sono confine (Elèuthera, 2019) nel raccontare la sua storia di migrante irregolare nel 1988, descrive un particolare tipo di sguardo, quello di confine : esso non vede il migrante come individuo, ma lo legge come tipologia.

Il potere del confine sta dunque nella sua teatralizzazione, perciò nella topologia della sua narrazione e rappresentazione. Raccontare la frontiera determina una presa di posizione e coscienza su di essa legata allo specifico vissuto della fonte che ne fa oggetto di discorso.

Ma cosa narra la frontiera stessa? Assunto che essa non sia in sé portatrice di un senso dato ma oggetto di costanti interpretazioni, soprattutto di costanti narrazioni su e di essa, la frontiera risulta essere, come direbbe Edward William Soja, geografo, un terzo spazio che evoca immagini di rotture  e differenziazioni costanti, la cui architettura impone un attraversamento invalidante, il quale ignora le opportunità di creazione di nuovi significati in un’ottusa chiusura al passaggio e all’incontro culturale.

Se la Storia delle civiltà e l’arte cartografica sembrano predisporre continui atteggiamenti volti al confinamento, la cultura e gli inarrestabili movimenti degli uomini ne determinano la sorte concreta e concettuale, legittimandone o decostruendone le diverse espressioni, aprendo un varco allo s-confinamento, come atto sovversivo e denso di nuove significatività.

Isotta Tonarelli 

Isotta Tonarelli si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Pisa e in Semiotica all’Università di Bologna nel 2020. Quest’articolo è parte di una sua ricerca.

Nietzsche, F., Al di là del bene e del male , Adelphi, Milano, 1984.

Bhabha, H.K., Nazione e Narrazione , Meltemi, Roma, 2020.

Khosravi, S., Io sono confine, Elèuthera, 2019.