Il persistente flusso migratorio teatralizzato dai media sulle sponde del Mediterraneo ri-mette in discussione le fondamenta sulle quali si è retta finora la modernità, andando a contagiare il modo in cui concepiamo la Storia, la letteratura, la lingua e soprattutto la nostra idea di identità nazionale, centrale ed omogenea nel modo in cui percepiamo noi stessi all’interno di una determinata comunità.

L’alterità che porta con sé la migrazione che a forza varca i nostri confini mette in mostra l’inadeguatezza di una concezione del mondo stabile ed inviolabile, oltre a quella di una sovranità politica concepita per essere incorruttibile.
La prospettiva sul mondo, figlia del Rinascimento, che si è tradotta finora in un irruente colonialismo e in una visione imperialista, si sfalda e perde quel – presunto – raziocinio che ha letteralmente costruito il mondo imponendone le suddivisioni.

Non è corretto dunque parlare di una Storia del Mediterraneo, né di un’unica cultura mediterranea. Una ricerca storiografica sulle prime comunità della costa o sui popoli che per la prima volta nella storia lo hanno navigato corre il rischio di restare incompleta. Occorre, per coglierne la reale complessità socio-culturale, effettuare un totale ripensamento dell’ oggetto Mediterraneo. E’ necessario abbandonare di esso l’immagine scolastica che ha fatto da culla alla cultura europea, così da estrarre finalmente dall’oblio tutte quelle altre Storie, tutte quelle altre narrazioni, di cui adesso è possibile sentirne la voce, dopo essere state cancellate e sepolte dai nazionalismi, dalle guerre, dall’imposizione violenta delle frontiere, da una  significazione totalmente a matrice europea.

All’interno del mare nostrum continuamente si è assistito all’occultamento di quelle che sono da sempre realtà indigeste , quegli elementi disturbanti al desiderio di uniformità dei sovranismi. Un problema questo con cui ancora oggi facciamo i conti a causa di una memoria troppo breve, che ci impedisce di riconoscere nell’altro una parte fondamentale di noi stessi. Ecco che l’alterità, che si manifesta nel movimento del migrante, diventa – potremmo dire resta – la minaccia principale all’unità nazionale, unità che si tenta di preservare attraverso confini sempre più militarizzati e muri in cemento sempre più alti, il cui scopo è tenere fuori la diversità.

Tuttavia, bisogna tenere presente che in questo panorama conflittuale all’interno del quale il reale conflitto lo vivono nient’altro che le identità e la concezione che di essa si ha, la realtà multipla e composita, necessariamente contaminata, del Mediterraneo continua a fare del nostro mare un mare di culture, testimonianza di una formazione culturale multipla, mai completa, sempre in movimento, destinata ad un cambiamento perpetuo: ciò che rende il Mare Interno una continua fonte di ricchezza socio-culturale se solo rendessimo più morbidi i nostri confini.

Isotta Tonarelli

Isotta Tonarelli si è laureata in Scienze della Comunicazione all’Università di Pisa e in Semiotica all’Università di Bologna nel 2020. Quest’articolo è parte di una sua ricerca.

Iain Chambers, Paesaggi Migratori, Meltemi editore, 2018.

Iain Chambers insegna Studi culturali e media e Studi culturali e postcoloniali del Mediterraneo all’Orientale di Napoli. È autore di diverse pubblicazioni in Italia, tra cui: Sulla soglia del mondo (2003), Le molte voci del Mediterraneo (2007), Mediterraneo Blues. Musiche, malinconia postcoloniale, pensieri marittimi (2013) e Ritmi urbani. Pop music e cultura di massa (2018).

Carta del Mediterraneo, Wikimedia Commons, Antonio Millo, CC-BY