Il concetto d’identità etnica nel mondo globalizzato è uno strumento complesso che ha conosciuto, secondo una tesi originale di Arjun Appadurai macroantropologo di origine indiana, una particolare ibridazione con la violenza.

In primis il concetto equivoco di identità etnica è stato definito come “la rappresentazione di un insieme di valori, simboli e modelli culturali che i membri di un gruppo etnico riconoscono come loro distintivi” (Fabietti, 1995).”

In secundis, la globalizzazione secondo una definizione di Appadurai “è quella formazione socioeconomica in cui le formazioni capitaliste multinazionali si trasformano in organizzazioni transnazionali, flessibili e irregolari che assemblano le energie necessarie al loro funzionamento in modalità che considerano le nazioni dei meri sfondi”.

L’originale tesi di Appaduraj che unisce le due definizioni in Sicuri da morire, Meltemi 2017 è che la globalizzazione ha poi avuto l’effetto di generare un’incertezza e un’insicurezza che si sono poi tradotte localmente in violenza sui corpi. La violenza etnica è dunque una forma di violenza collettiva ed è, almeno in parte, dovuta a propaganda, voci, pregiudizi e ricordi, tutte forme di conoscenza solitamente associate a un forte senso di certezza grazie a cui è possibile raggiungere livelli disumani di violenza” (Appadurai, 1998).

Quindi la violenza, nelle sue varie forme, compresa quella veicolata dai sistemi di comunicazione di massa, non è da capire, né da interpretare come una forma primordiale di comportamento bensì come una forma moderna di adattamento, e come un effetto secondario della globalizzazione sulle pratiche di dominio dei corpi.

Un’evoluzione assai imprevista nella scala evolutiva nella quale le pratiche di aggressione o le guerre del passato sembravano sepolte dalle grandi organizzazioni internazionali a garanzia di ordine e pace.

Infatti molte guerre contemporanee vengono inquadrate da linguaggi etnici o culturali che in qualche modo paiono dare un senso alle varie violenze praticate in paesi belligeranti. Violenze efferate e crudeli che le potenze occidentali riconoscono in silenzio in teatri spesso istigati,  immaginati, mantenuti o finanziati da loro stessi.

Questo fino al giorno in cui la violenza etnica del mondo globalizzato non si traduce in pratiche fruibili in mondovisione dal suolo stesso di modernissime città occidentali. Se un tempo erano tristi i tropici, oggi sono tristi i paesi avanzati.

Melissa Pignatelli

Arjun Appadurai, Sicuri da morire. La violenza nell’epoca della globalizzazione, Meltemi, 2017.

Immagine: Il murale di Banksy che gioca con la violenza comparso a Marsh Lane a Bristol, Gran Bretagna il 13 Febbraio 2020. (REUTERS/Rebecca Naden).