Quanto è difficile al giorno d’oggi annoiarsi veramente? Almeno in Occidente è quasi impossibile. Siamo consumatori perpetui e anche il tempo libero porta impegno. Si può imparare qualcosa anche divertendosi. E via dicendo… Insomma non fare niente per non fare niente non è un’opzione. Lo abbiamo visto anche durante la pandemia e la conseguente quarantena: tantissima gente a casa a fare attività diverse dal solito, originali, divertenti, intellettuali, ma comunque a fare. Perché l’importante è sempre fare qualcosa.

Ma esiste ancora un atteggiamento genuinamente pigro, che cerca di contrastare questa imposizione del senso del dovere e che mira alla conformazione di un’etica ormai data per scontata? Gianfranco Marrone, professore di Semiotica dell’Università di Palermo, nonché fine studioso della contemporaneità, nel suo interessantissimo saggio La fatica di essere pigri, edito un paio di mesi fa da Raffaello Cortina, ci racconta quanto sia complesso, quasi impossibile, districarsi dalle pressioni sociali che glorificano la prestazione incessante per lasciarsi andare a momenti di ozio, tutt’altro che esecrabili, anzi a un certo momento fondamentali per la buona salute del singolo.

Partendo dalla storia, passando attraverso l’etimo, e toccando alcune opere di finzione, Marrone evidenzia come “la pigrizia è sentimento fortemente moralizzato e polarizzato: un atteggiamento perennemente giudicato in modo negativo oppure positivo. L’inattività divide il pubblico”. In un mondo in cui i valori comportamentali identificano l’accidia con uno dei peccati capitali la vita del pigro non è semplice. Si potrebbe dire quasi che la sua attività, non priva di fatica, sia proprio il raggiungimento del non fare niente; un paradosso quasi, ma con un fondamento reale.

Nel primo capitolo l’autore cerca di delineare una storia della pigrizia, fa parlare autorità della filosofia e della letteratura: Russell, Stevenson, Jerome, Chesterton; le teorie che esaltano l’utilità dell’ozio nell’economia del benessere personale non sono poche. Queste si oppongono a secoli di “requisitorie teologiche contro la pigrizia riletta come accidia, dell’inoperosità come peccato” e non avranno vita semplice, soprattutto nella nostra contemporaneità dove “tempo libero e consumo vengono a coincidere” e dove non fare nulla per il non fare nulla non è solo difficile, ma quasi impensabile.

Nel secondo capitolo Marrone raccoglie le definizioni del termine “pigrizia” dai più autorevoli dizionari e gli affianca ai proverbi, agli aneddoti e alle massime che il popolo da sempre ne ha dedotto. Emerge così un quadro piuttosto prevedibile in cui l’ozioso non piglia pesci, morirà di fame, avrà un futuro poco luminoso e la cicala che perde tempo a cantare non supererà l’inverno; insomma, una vera e propria stigmatizzazione sociale.

I due capitoli successivi mettono in evidenza qualcosa di ancora più interessante, almeno secondo la mia opinione, ovvero come tale stigmatizzazione emerga e venga in qualche modo delegittimata nella narrativa. Marrone prende in analisi alcuni case studies, se possiamo dire così, protagonisti di storie che si sono sottratti all’imposizione della società civile e che in qualche maniera hanno fatto della loro (non) attività, della loro sfacciata pigrizia, la loro bandiera.

Uno dei personaggi più importanti, che secondo Marrone merita un consistente numero di pagine a sé, è Oblòmov, il protagonista del romanzo di Ivan Aleksandrovič Gončarov. Distaccandosi completamente dall’epica favolistica russa, Oblòmov è un antieroe che non ne vuole sapere di partire per avventure faticose, di avvilirsi per amori ritenuti necessari e per altre facezie che lo sottrarrebbero al suo adorato focolare domestico. Come dice Marrone, “la sua scelta di vita si configura come una specie di rivincita del pigro di contro all’ideologia fattiva, avventuriera, temeraria della fiaba russa”, una scelta però positiva, consapevole e ben delineata che l’autore non esita a definire politica.

Lo stesso atteggiamento, in una cornice decisamente più pop, è quella di Paperino, il personaggio Disney forse più interessante, in pieno contrasto con il dinamico ed eroico Topolino, che cerca in tutti i modi di sfuggire allo zio Paperone e alle sue coercizioni lavorative, che si affanna in tutti i modi per cercare di condurre una vita dignitosa ma con un solo obiettivo: l’amaca che si trova in giardino. Anche Paperino incarna la massima dell’intero saggio: “per essere pigri bisogna lavorare moltissimo, scontrarsi con un mondo che cambia e che pretende sempre di più un attivismo ipocritamente euforico. La pigrizia non è un dono, né un tratto caratteriale: è semmai un oggetto da conquistare dopo infinite lotte contro antagonisti d’ogni tipo e natura che fanno del lavoro un valore fine a se stesso”.

L’intento di Marrone è quindi un po’ quello di portare il lettore a rivalutare le posizioni etiche stakanoviste dei tempi nostri, che hanno radici profondissime, bibliche addirittura, e di fermarci un secondo a chiederci quale possa essere lo scopo di tutto questo affannarsi. Se si tiene fuori dal discorso la spinta calvinista (e lo spirito del capitalismo) forse è il caso di risponderci, con Barthes, che ogni tanto è il caso di osare essere pigri.

Stefano Spataro

Gianfranco Marrone, La fatica di essere pigri, Raffaello Cortina 2020.