L’approccio di tipo “nominalistico” applicato in ambito logico, metafisico e gnoseologico dal grande Guglielmo di Ockham (allievo ed avversario di Duns Scoto), lo spinse a negare il valore ontologico degli universali, ovvero la realtà degli enti astratti (i concetti e le idee), avallando una concezione del mondo incentrata sulle qualità contingenti delle cose: qualsiasi fenomeno, dalla sfera del linguaggio ai meccanismi del mondo naturale, va analizzato per ciò che è in sé, senza ricercarne le cause prime ed i “perché”, bensì solo il “come” dei fenomeni.
È un approccio teorico rivoluzionario per il suo tempo.
Egli fu un rivoluzionario anche in politica, in quanto fu una sorta di precursore ideologico della mentalità moderna, che presuppone una condizione ben precisa, ovvero la pretesa dell’uomo di ottenere la piena autosufficienza. Un fine che può essere realizzato soltanto stabilendo una netta separazione tra l’ordine naturale e il soprannaturale, tra la politica e la religione, tra lo Stato e la Chiesa.
La “modernità” ha avuto tanti “padri”, alcuni celebri, altri un po’ meno. Tra questi ultimi va annoverato, a mio avviso, Guglielmo di Ockham, il quale polemizzò sia con Tommaso d’Aquino sia con il Maestro Duns Scoto, ma in realtà polemizzò con la Scolastica tout court, poiché per lui ragione e fede non sarebbero conciliabili, ma in una posizione di antitesi irriducibile. Esistono soltanto esseri individuali, ciascuno dei quali ha caratteristiche proprie: ogni cane è diverso dall’altro, ogni uomo è ben diverso dall’altro, e via discorrendo.
In merito alla “vexata quaestio” degli enti universali, come si è già detto, seguì il nominalismo, cioè la convinzione che non esisterebbero concetti universali, che sarebbero solo nomi. Ad esempio, il termine “uomo” non sarebbe altro che un simbolo convenzionalmente inventato, non una realtà universale. In tal senso, Ockham si può reputare un antesignano del razionalismo e dell’idealismo moderni, in quanto la sua riflessione filosofica implicava che la ragione non potesse conoscere ciò che oltrepassa l’esperienza sensibile, e che gli “universali” non sarebbero altro che nomi, ai quali non corrisponderebbe alcuna realtà di tipo oggettivo. Tali convinzioni hanno determinato due conseguenze: la negazione del principio di causalità e il rifiuto del principio di sostanza.
Una volta negato il valore ontologico dell’universale, fu inevitabile negare ogni possibilità di dimostrare sul terreno razionale l’esistenza di Dio. In tal modo, la ragione non può più condurre alla fede. E la fede non perfeziona più la ragione, così come asserivano i filosofi scolastici. Rispetto a Dio, Guglielmo di Ockham concluse che non c’è nessun argomento che sia in grado di provare la sua esistenza. In tal senso, Ockham fu un tenace e fiero avversario della potente tradizione filosofica imposta dalla Scolastica medievale. Ed in politica, Ockham fu un tenace fautore dell’indipendenza dello Stato nei confronti della Chiesa, criticando l’assolutismo “teocratico” del Papa e sostenendo che l’autorità imperiale non discendesse dalla Chiesa.
In questo senso, Ockham potrebbe essere considerato un antesignano dell’assolutismo politico moderno e del laicismo che si colloca all’origine della modernità: il principio “date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” stabilì le basi della separazione tra il potere religioso ed etico della Chiesa e l’autorità politica e civile dello Stato moderno.
Alla grande figura di Guglielmo di Ockham si è dichiaratamente ispirato Umberto Eco per creare il protagonista del suo romanzo “Il nome della rosa”, ovvero Guglielmo da Baskerville, interpretato da Sean Connery nell’omonimo film uscito nel 1986 per la regia di Jean-Jacques Annaud. Per alcune caratteristiche, quali l’aspetto fisico, il metodo investigativo, le doti inferenziali e la ricerca della verità, Guglielmo da Baskerville rievoca molto più il celebre Sherlock Holmes, il protagonista dei gialli di Sir Arthur Conan Doyle. Tale nesso è reso ancor più evidente dallo stesso Umberto Eco, che ammicca a “Il mastino di Baskerville”, uno dei romanzi più noti di Sir Arthur Conan Doyle. A me preme sottolineare il parallelismo con il grande filosofo e monaco medievale, Guglielmo di Ockham: anch’egli era provvisto di notevoli capacità logiche abduttive e polemizzava con la Chiesa del XIV secolo, come si evince dal suo “Dialogo sul papa eretico”, riferito a papa Giovanni XXII.
Inoltre, come il noto personaggio di Umberto Eco, anche Ockham era un erudito frate francescano e morì a causa della peste nera. Ne “Il nome della rosa” si rende omaggio anche ad altre figure storiche importanti della filosofia medievale: alcuni monaci, come Berengario e l’abate Abbone, si riferiscono molto esplicitamente ai maestri delle scuole cittadine del secolo XI, ovvero Berengario di Tours e Abbone di Fleury. La modernità del pensiero filosofico di Guglielmo di Ockham è stata sottolineata dallo stesso Umberto Eco, che conferì al suo immaginario “eroe”, Guglielmo da Baskerville, la modernità del relativismo scettico: “l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità”.
Lucio Garofalo