Perché faccio il male che non voglio e il bene che voglio non lo faccio? Si chiedeva Paolo di Tarso (Romani, 7, 18).
Ma è semplice – rispondeva lo scorpione alla rana prima d’affogare, dopo averla punta a morte nel mezzo del fiume, mentre questa l’ospitava per il guado sulla groppa – perché è nella mia natura!

Bisogna superare il principio di natura, perché è economico. Per di più, tale economia, inscritta nel comandamento biologico della vita oltre che nell’ecosistema naturale, è per l’uomo (e per l’antropomorfico scorpione) innaturale. Vediamo perché.

I grandi realisti, passati alla storia come pessimisti (Leopardi, Schopenhauer, Nietzsche…) hanno sobbalzato quando hanno osservato la Natura e le sue leggi con la lente d’ingrandimento. La natura è cattiva, si son detti, legando «cattiva» alla prospettiva antropocentrica. L’uomo è cattivo, hanno poi dedotto logicamente, esaminando, con la lente d’ingrandimento, il fenomeno umano. Darwin ha poi spiegato cosa significava esattamente questa efferatezza che Schopenhauer aveva intuito – intendendo «efferatezza» sempre dalla prospettiva antropocentrica (che Darwin ha ribaltato!). Impossibile per l’uomo non usare gli aggettivi che in qualche modo lo rispecchiano, e gli aggettivi denotano quasi sempre il disumano che s’osserva agire nelle creature senza remora, senza coscienza. Ma poi, a sua volta, Freud ha disvelato i dedali oscuri dell’incoscienza umana, le pulsioni di fondo analoghe a quelle delle restanti creature con le quali l’uomo ha condiviso il percorso evolutivo.

Ma perché le altre creature della Terra non usano aggettivi che le rispecchiano e coinvolgono? È successo qualcosa, ad un certo punto, nell’evoluzione umana. È