I segnali ci sono tutti. La capacità dell’uomo di agire su e contro se stesso e il proprio mondo ha raggiunto livelli esorbitanti, guidata dalla persistente idea che gli impatti di ciò che si fa siano comunque insignificanti: la realtà è diversa.

Ogni azione attiva sempre una reazione (uguale e contraria non lo so, forse non sempre, ma poco importa). Perché noi umani riconosciamo solo le reazioni comprese entro una durata “breve”, immediata, oppure prevedibile, sulla base di una qualche concezione culturale del tempo. Non siamo in grado, invece, di “pensare lontano”. Non fa parte del pensiero comune, condiviso e diffuso, concettualizzare le durate “lunghe”, quelle proprie dei cambiamenti climatici, ambientali, biologici. Quelle delle devastazioni culturali e sociali.

Gettare una bottiglietta di plastica in mare è un esempio facile di questa doppia temporalità: quell’azione nel tempo breve per noi è a reazione nulla; l’oggetto sparisce nell’infinità del mare e in 5 secondi lo dimentichiamo. Nel tempo lungo, trasforma il mare in una discarica, annienta l’ambiente, provoca un deterioramento enorme.

Iniettare i virus dell’odio razziale e della purezza identitaria nel tempo breve porta consenso facile e l’illusione del potere effimero. Nel tempo lungo dilania la convivenza, spacca le generazioni, fa esplodere i conflitti sociali, brucia i valori di riserva delle comunità e condanna a un individualismo schiacciato dall’interesse immediato e strettamente personale. Sono innumerevoli i casi di azioni umane che provocano reazioni secondo questa doppia temporalità: nulla nell’immediato, devastante nella prospettiva lunga.

L’antropocene, l’era in cui siamo dentro, è appunto l’era fuori controllo, non c’è più limite a ciò che l’uomo può fare e fa, nella totale inconsapevolezza, spesso ingenua, ma altrettanto spesso colpevole, delle reazioni che attiva. Capacità di azione umana amplificata oltre ogni misura dalla tecnologia, anche essa erroneamente concettualizzata come un bene assoluto. L’innovazione è per noi sempre positiva, fautrice di progresso, di sviluppo, altri concetti fraintesi, dal senso comune, e non compresi nelle loro ricadute – a volte, oggi sempre più frequentemente – pesantissime per ciò che riguarda l’impatto esercitato nelle lunghe durate.

Inutile ribadire che il modello economico risultato vincente nel nuovo secolo è quel capitalismo perno e motore di tante delle azioni e del fare umano, che grazie all’alleanza con la globalizzazione, ha assunto una forza schiacciante, ben oltre la nostra capacità di pianificare, progettare l’esistenza, costruire il futuro. Il futuro. È proprio questo il punto.

Per secoli l’esperienza delle generazioni nuove è stata legata a quella delle generazioni precedenti, in modo diversificati, certo, ma sempre riconoscibili. Oggi questo meccanismo di controllo si è spezzato. Il divario fra le generazioni è tale che il passato el il presente viaggiano sganciati, e la memoria diviene un contenitore vuoto, pieno solo di retorica ma privo di quella funzione essenziale di cuscinetto, che genera il senso culturale del limite, del confine da non oltrepassare.

È questo il segnale più netto: un’umanità senza memoria – che è uguale all’umanità frastornata dagli eccessi di memoria di oggi – è un’umanità senza futuro, tesa a esaurirsi e immersa nell’illusione di una condizione esistenziale affrancata, libera, che altro non è se non la premessa del declino.

A partire da questo quadro, certo non ottimista, ma che definisco, con altrettanta certezza, decisamente realistico, possiamo procedere soffermandoci punto per punto sui diversi elementi che lo compongono.

Vincenzo Matera

(segue nelle prossime settimane)

Vincenzo Matera è professore ordinario di Antropologia Culturale al Dipartimento di beni culturali, Università di Bologna – Ravenna Campus