È vero, siamo umani. E, purtroppo, gran parte della natura umana pesa come fosse una tara, non c’è dubbio (cfr. nota 1). Anche se nella testa s’accende con miriadi di inneschi un universo di possibili relazioni, non è che questo ci aiuti più di tanto. I 100 miliardi di neuroni che nel nostro cervello possono sviluppare, ognuno, diecimila connessioni (10.000×100.000.000.000=?), non sarebbero poi così tanto male, messi a paragone con il numero di stelle (100 miliardi) esistenti in ogni galassia, tenendo presente che esistono 100 miliardi di galassie (100.000.000.000×100.000.000.000=?).

Con i neuroni di pochi uomini – confinati in un pianeta chiamato Terra, che orbita intorno ad una stella chiamata Sole, che sta nella galassia chiamata Via Lattea, che si staglia ai bordi dell’universo conosciuto – si surclasserebbero i numeri astronomici dei corpi celesti nell’universo che si espande dopo il Big Bang. Eppure questo conto della serva non serve a nulla. Non è una questione di numeri: sappiamo che uno scimpanzé, pur avendo più dell’98% del patrimonio genetico umano, non sarà mai uomo.

E d’altronde: è forse d’una qualche utilità saper che un umile ranuncolo che finisce sotto nostre scarpe lucidate è più complesso d’una stella, d’una galassia? O che il cervello umano è il prodotto tecnologico evolutivo più complesso (sebbene in buona parte resti ancora inafferrabile l’eziologia del suo prodotto) d’ogni cosa conosciuta, vicina e lontana? No, non serve a niente. Perché l’uomo, corredato come si conviene di tutto punto, anziché partecipare con tutto il suo corredo alla magnificenza del tutto, si rinchiude nel suo piccolo angusto backyard (cfr. nota 2) a bere la sua birra fresca soddisfatto di possedere le sue cose. Sapere: non serve a nulla.

Eppure… c’è una serpe viva nello stomaco e un tarlo nella mente di Homo Sapiens, che non gli danno pace. Costruita la sua casa (gr. oikos) che l’ha affrancato dai pericoli della savana, barricato dentro il suo possesso e rispettoso delle sue regole (gr. nomos), è sempre lì come un animale in gabbia, a fissare cosa avviene fuori dalle sbarre, terrorizzato da quel gesto di liberazione che pure potrebbe compiere, cristallizzato nell’economia della sua natura. Per questo brucia dentro. L’uomo, ch’è Natura, sente tuttavia la necessità d’uscirne, di vedersi mentre sta fuori. È questa la facoltà scardinante alla base di ciò che ha reso Homo Sapiens quel che è: il pensiero riflessivo, il pensar se stesso. Homo Sapiens è capace di pensare il suo pensiero, e per farlo… può uscire dalla sua gabbia naturale mentre è dentro che ci pensa.

Un animale sente freddo, l’uomo almanacca sul suo sentire freddo, immaginandosi in un altrove. Insomma, tra le trame umane c’è una facoltà ch’è causa del suo successo planetario, che però è anche cagione del suo star male: egli può esser diverso da com’è nato. Il conflitto (che avevamo chiamato schizofrenia, cfr. nota 2) sta tutto nel fatto che se da una parte l’umano può affrancarsi dalla sua natura e autodeterminarsi, dall’altra, la sua natura, come un lacciuolo siamese che non può esser reciso, farà sempre parte della sua vita. Il gioco, pare ovvio, è sottrarle quanto più possibile il giogo ch’è legato al collo umano, e passar le briglie alle facoltà superiori (per le quali, però, l’uomo, fatica molto di più).

Certo, da uno sguardo grandangolare è l’articolata complessità della vita sociale il risultato più rimarchevole delle superiori facoltà umane. Ma su cosa si basa la società? Stringendo il focus ecco la famiglia, che però è ancora un passaggio intermedio, la conseguenza d’una causa prima. Cosa viene prima della famiglia? Il principio cardine che sta al grado zero della focalizzazione è l’etica. Cos’è l’etica? Semplicemente, l’etica è il superamento dell’atavico primato naturale della sopravvivenza (che mette in competizione l’uno contro l’altro) e dell’evoluzione (che premia i più adattabili e i più forti). Dalla socialità delle origini, interpretata dalla critica in chiave economica e utilitaristica (sin da Darwin; poi da Bentham a J.S. Mill; poi ancora Mauss…) siamo pervenuti ad una cooperazione sempre più slegata dal movente che aveva generato il consorzio umano: una cooperazione universale (Caillé e il suo gruppo).

Ma c’è qualcosa di più raffinato ancora rispetto al concetto di cooperazione e ai diritti umani universali, qualcosa che, come un invisibile basamento, sostiene l’idea per la quale gli spiriti più illuminati e democratici del mondo, con estrema visibile fatica, stanno combattendo. È il gesto non economico, che va oltre la logica, pur evoluta, della cooperazione: è questo il principio cardine che costituisce l’etica. Ognuno di noi può riconoscere, senza difficoltà, come questo sentimento gratuito chiave sia alla radice della nuova vita umana, seppure relegato ad una sfera ancora assai ristretta, privata. Il piacere di secondo grado (rispetto ai piaceri della sopravvivenza) che si prova nel gesto di sola andata che non prevede ritorno è strutturale in Homo Sapiens Sapiens (protremmo anaforizzare, in questo caso). È questa la vera Contro-evoluzione Etica: l’io dimentica se stesso mentre si rivolge al tu.

Ora, la prima constatazione da fare è che siamo già etici, ma in stadio larvale, perché applichiamo ancora il principio cardine alla sola sfera familiare, o privata. La seconda è che per divenire quel che già siamo (Nietzsche), bisognerebbe estendere il privilegio del privato alla condizione umana universale, e questo richiede (ancora) un pesante lavoro sul concetto di io naturale. La terza, più larga ancora, è che se tutto questo è avvenuto evolutivamente per caso o perché funzionalmente utile, secondo il concetto di exaptation, sarebbe comunque un peccato sprecarlo: poteva non accadere!

Ecco, l’etica contro evolutiva sta su un versante che chiameremo metafisico: è una profonda agnizione (riconoscimento di ciò che era inconsapevolmente posseduto). È nel dare per il tu e non per il sé che l’io ha esperito un piacere mai provato prima, ed eletto questa azione a proprio più importante possesso, tanto da cercare di fondarci la sua vita, tanto da tentare di fondarci (con quanta fatica!) una nuova società universale.

Ma c’è anche una ragione scientifica che deriva dalla nostra struttura neuro-genetica, che costituisce, in cooperazione con il piano dell’agnizione metafisica, il nuovo uomo etico. Si tratta di un cluster che chiameremo regola generale dello spostamento, e sancisce l’impossibilità di azione diretta sull’oggetto su cui si vuole incidere: dobbiamo per forza, per occuparci di ciò che vogliamo, metter distanza e spostare l’attenzione su un oggetto altro. Ecco tre tra le più rilevanti causali ontogenetiche del cluster, da cui l’epigenesi etica ha poi fatto il suo corso.

  1. È impossibile (ad ora) definire cosa sia la coscienza: sappiamo che i nostri neuroni della consapevolezza si accendono 300 millisecondi dopo che altre regioni della corteccia e dei lobi frontali si sono già attivate: quindi, chi decide cosa noi dobbiamo scegliere di pensare? (Gaillard, Dehaene, Adam, Clémenceau, Hasboun, Baulac, Cohen, Naccache). Ciò getta un’ombra su cosa sia realmente ciò che chiamiamo io, un fascio di fili intrecciati di personalità diverse che si succedono egemonicamente nel tempo e cambiano man mano che si fa esperienza (Bodei). Non solo il concetto stesso di io è, quindi, in dubbio ma la competizione per l’egemonia degli io (plurali) sposta costantemente la leadership alla personalità che meglio sa adeguarsi allo sviluppo cognitivo e al contesto.
  2. È impossibile pensare due pensieri consapevoli alla volta. Il nostro cervello può fare contemporaneamente miriadi di attività sotto lo stadio della coscienza, ma non pensare di proposito due cose allo stesso tempo; per ciò è ingannevole e strumentale la moda del ricorso al multitasking: per passare consapevolmente ad un altro oggetto dobbiamo abbandonare il primo (Dehane; Levitin).
  3. È impossibile soffermarsi consapevolmente per molto tempo su un preciso oggetto. Il cervello deve cambiare oggetto, anche se, paradossalmente, si è intenti sempre su una medesima attività (Levitin; Dehaene).

«Costruisci te stesso e costruirai un rudere», intuiva Agostino. Ora sappiamo che l’abbandono dell’io, lo spostamento dell’attività cognitiva dall’io a qualcos’altro, è dunque strutturale allo stesso io –questo è il punto – e al contempo fondamentale per la sua auto-determinazione, in quanto atto che si rivolge altrove. Per questo è importante sapere come siamo fatti. Perché poi a ciò s’aggiunge l’imponderabile di cui è capace l’uomo: il Requiem di Mozart, per esempio, è un atto gratuito che ha declassato il primato nientedimeno che delle leggi della natura stessa. Solo che ora rimane da fare l’ultimo passo, senza il quale tutto questo lungo murmurare non avrà senso.

Non deve far fatica la regola dello spostamento. Bisogna entrare nella complessità, ch’è compresenza di contraddizioni contemporanee, talvolta apparenti, talvolta reali. La vita è nata dell’assenza di vita (abiogenesi); il pensiero riflessivo (consciousness) è nato dall’inconsapevolezza; l’etica contro evolutiva è nata dall’economia (che è sempre) della sopravvivenza; il senso della vita (etica) è nato dal mantenersi in vita (economia), s’è messo cioè in prim’ordine rispetto a ciò senza cui niente esisterebbe: la vita stessa.

Cesare Grisi

[1] Il contributo a cui rimanda questa nota (https://larivistaculturale.com/2020/08/07/la-natura-delluomo-ovvero-il-dialogo-tra-san-paolo-e-lo-scorpione/) è il primo, in ordine logico, dei tre brevi saggi che ripercorrono i tre stadi dell’evoluzione dell’umanità: il primo riguarda la natura fondamentale dell’uomo; il secondo s’incentra sulla sua condizione attuale (sincronismo); l’ultimo, quello che state leggendo ora, più ‘visionario’, è sulla prospettiva etica.

[1] Questo è il secondo contributo, dedicato all’uomo sincronico (https://larivistaculturale.com/2020/06/19/il-presente-sospeso-delluomo-sincronico-come-la-globalizzazione-ha-messo-in-crisi-ladattamento-sociale/).