La Turchia contemporanea di Recep Tayyip Erdogan ha puntato sullo sviluppo urbano per sostenere l’ammodernamento del paese coniugando utilmente ed in maniera originale una politica ispirata ai valori conservatori del mondo islamico con un capitalismo d’assalto tipico di mondi decisamente liberali. Questa grande trasformazione architettonica del paese succede a scapito del patrimonio storico-artistico, stravolge skyline di città suggestive come Istanbul e (dovrebbe) spegnere definitivamente il desiderio orientalista degli europei. Come  racconta in maniera vivace e dettagliata Giovanna Loccattelli ne “L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale” (Rosenberg & Sellier, 2020)  l’anelito di modernità del paese mal si è coniugato con il patrimonio di città, come Istanbul ad esempio, che si sono trasformate rapidamente per adattarsi al modo di vivere globale, fatto di grandi edifici e rilucenti centri commerciali. La vita sociale tradizionale, le abitudini e le tradizioni di intere comunità si perdono poi nell’adattamento alla vita moderna.

“I centri commerciali sono diventati il segno distintivo di un nuovo modo di
vivere”, si legge nell’attualissimo resoconto di Loccatelli, “le gated communities, ossia le comunità residenziali chiuse, hanno accentuato drammaticamente il fenomeno della segregazione spaziale. Il processo di gentrificazione e l’urbanizzazione selvaggia hanno scardinato il tessuto sociale di interi quartieri”.

«Gli edifici che mostro all’inizio di Rosso İstanbul non ci sono più, oggi sono crollati» ha spiegato Ferzan Ozpetek, cineasta turco, mettendo proprio l’accento sulla nuova Turchia nata negli ultimi anni.

La grande città sul Bosforo, romantica e frenetica, brulicante e languida, dal mare argenteo solcato lentamente dalle grandi navi petroliere si è trasformata dunque nell’ultimo ventennio in una città verticale, rilucente di specchi e vetri in stridente contrasto con l’impronta classica della città.

“Nel settore pubblico, gli investitori come il gruppo Toki (Toplu Konut İdaresi Başkanlığı) ossia l’Ente governativo per lo sviluppo di abitazioni di massa”, si legge più avanti “e altri enti a partecipazione statale hanno aumentato a dismisura la disponibilità di alloggi in città. Hanno promosso interi quartieri di grattacieli, facendo in modo di allontanare il più possibile dal centro le classi più povere, dando loro incentivi oppure attraverso azioni coercitive. In questo disegno, le classi più disagiate vengono spinte nelle aree marginali e periferiche; mentre nelle zone centrali, più strategiche per il turismo e per gli investimenti, viene dato il via libera ai megaprogetti e alle mastodontiche costruzioni verticali”.

Ma quanto durerà il luccichio di quest’oro urbano di cui si riveste la Turchia moderna? Quante ombre sono così gettate sul patrimonio culturale arabo-islamico fatto di modestia e carità se il nuovo leitmotif ufficiale è che ogni turco dovrebbe avere una casa con piscina? Quanto sono sostenibili a livello ambientale le scelte d’assalto del presidente turco? Come sono vissute dalle persone le trasformazioni radicali della nuova Turchia? Quanta megalomania si cela nei super progetti del Bosforo?

Questo tuffo nella sociologia urbana della Turchia di oggi ci permette di navigare le contrastanti onde che animano l’agire di un paese sempre più chiave e sempre più ingaggiato nel complesso scacchiere geopolitico del medioriente contemporaneo; avvertiamo però che l’accompagnamento sonoro non sarà più quello del canto del muezzin ma quello delle trivelle.

Melissa Pignatelli

Giovanna Loccattelli L’oro della Turchia. Il business dell’edilizia che ha stravolto l’aspetto del paese e il suo tessuto sociale, Rosenberg & Sellier, 2020).

Fotografia di Bernardo Ricci-Armani, Istanbul, 2011