In uno scenario di crisi sanitaria ed economica, che più che crisi ormai sembra l’inizio di  un vero e proprio mutamento sociale e antropologico generato dagli effetti della pandemia ancora in corso, la previsione del futuro non è mai neutrale.

L’idea di “previsione sociale” coincide con l’idea di  essere artefici e protagonisti del proprio futuro e di quello degli altri. I  fatti della vita avvengono sempre più velocemente, la società muta, i tempi di azione e di comunicazione non hanno più un ordine crono-logico, sono sempre più personalizzabili, ma comunque sfuggenti  (Panico, 2017; Buoncompagni 2018).

Questo significa pensare all’oggi in vista del domani, operare scelte oggi per cogliere gli effetti e procurare conseguenze domani (Rizza, 2016).

L’attività previsionale non è attività che poggia su semplici capacità intuitive, al contrario, la previsione si basa su una seria attività intellettuale e scientifica supportata da un adeguato impianto teorico e metodologico. Il tentativo è quello di coniugare la conoscenza ‘oggettiva’ con l’azione ‘politica’ e la decisione “soggettiva” in nome di un’etica della responsabilità, che non può essere estranea alla sociologia e all’uomo stesso (Rizza 2016; Panico 2017).

Il rapporto tra la sociologia e il futuro può essere espresso dalla “previsione”, intesa come variabile dell’attività scientifica e come pratica sociologica; è nell’attività “scientifica” che si concretizza il passaggio dai cambiamenti al futuro, dunque  la “previsione”.

Nella crisi, la previsione sociale richiede  un cambiamento radicale  della mentalità amministrativa e politica e questo perché “il futuro è sempre più difficile da preveder non perché è troppo lontano, ma proprio perché è troppo vicino” (Rizza, 2016). E di fronte a un futuro a dir poco incerto diviene sempre più difficile sottrarsi alla tensione etica della responsabilità.

Giacomo Buoncompagni