La settimana era iniziata con la prima del Teatro alla Scala di Milano trasmessa in tv e streaming, nel segno dell’arte come antidoto all’ingiustizia e garanzia di uguaglianza per tutti e tutte. Michela Murgia lunedì 7 dicembre aveva presentato la musica lirica come strumento di riscatto per tutti i diseredati, ma soprattutto per le donne. Da Madama Butterfly che incarna il dramma delle spose bambine alla Tosca che ci fa riflettere sull’importanza del consenso, fino a Lucia di Lammermoor che “evoca lo strazio di una ragazza cui gli uomini pretendono di imporre chi deve amare”, il palcoscenico diventa il grido senza luogo e senza tempo di chi altrove non ha voce, nemmeno nella realtà. E proprio all’amore tragico di Lucia di Lammermoor il Teatro alla Scala aveva scelto di dedicare l’inaugurazione della prossima stagione, rimandata a causa del Covid.

C’era la speranza che, a metà settimana, la celebrazione della Dichiarazione universale dei diritti umani – proclamata il 10 dicembre 1948 – portasse avanti il filo di quel dibattito che tenta di farsi strada nel groviglio stridente di cronaca ed emergenza.

Ma in questo senso, forse – e non in quello shakeasperiano – il mondo non è ancora pronto per essere un palcoscenico.

Così, un uomo che un anno fa aveva ucciso la moglie per poi vegliare per ore davanti al suo corpo, ha evitato l’ergastolo chiesto dal pm. La Corte d’Assise di Brescia ha assolto l’imputato, riconoscendo che al momento dell’omicidio era incapace di intendere e di volere. La sentenza parla di un “delirio di gelosia”, in preda al quale l’uomo avrebbe stordito la moglie con dei colpi in testa per poi accoltellarla. In quel “delirio di gelosia” viene quasi riesumato “lo stato d’ira” contemplato nel delitto d’onore, che è stato abolito 40 anni fa e di cui si era già tornati a parlare a proposito di un altro omicidio di una donna per mano del suo compagno, nel 2018.

“Delirio”, dal latino de ossia allontanamento e lira ossia solco; vale a dire uscire dal solco, dal seminato, uscire dal campo della ragione. La specificazione è altrettanto importante. Gelosia deriva dal greco ζῆλος, da cui il latino zelus: il significato originario del termine è “zelo”, ma anche “gara”, e ancora “gloria, onore”.

Da qui, la gelosia indica un eccesso di zelo che si carica di una perversa implicazione egoistica, per cui il fine della morbosità è in realtà ribadire il proprio – per l’appunto – diritto all’onore, è riscattare la propria autorità messa eventualmente in crisi; ribadire che l’identità dell’altro, come la sua vita, dipende dalla propria e che mettere in crisi un vincolo simile equivale a commettere oltraggio.

È qui che la sfera sessuale si interseca con quella sociale, civile e anche con l’ordine giuridico; Carla Lunghi, sociologa all’Università Cattolica di Milano, ci ricorda, a tal proposito, che già Carole Pateman, professore emerito di Scienze Politiche a U.C.L.A e Cardiff, aveva smascherato un contratto sessuale alla base di quel contratto sociale che ha fatto delle donne una classe subordinata alla volontà e, quindi, alla sovranità maschile.

Le definizioni sono essenziali, se il delirio di gelosia, come in questo caso, non è soltanto una diagnosi, ma il giudizio che permette di passare da un ergastolo a un’assoluzione. Riconoscere con queste parole la non imputabilità dell’omicida impedisce di usare per quanto accaduto il termine femminicidio, perché genererebbe una palese contraddizione.

Ma delegittimare il termine femminicidio significa, a sua volta, ignorare la prospettiva della vittima, svuotare la sua identità, violare i suoi diritti. È lecito a questo punto chiedersi su quale base il delirio di gelosia sia considerato attenuante piuttosto che aggravante.

Questa è soltanto l’ultima di una serie di verità processuali che giustificano i “fatti” con “stati emotivi”. è soltanto l’erede di espressioni come “soverchiante tempesta emotiva”, “raptus di gelosia”, “amore malato”. Ancora una volta, una contraddizione in termini, che riduce un omicidio all’ incapacità di controllare un impulso giudicato irrefrenabile.

Se il femminicidio è “una forma di violenza esercitata su una donna in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuarne la subordinazione e di annientarne l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico” (Oxford Languages), questa sentenza – come tante altre che l’hanno preceduta – non è solo giustizia non fatta nei confronti di una vittima o assoluzione di un uomo in particolare, ma è la mancata presa di coscienza di quell’intera sovrastruttura ideologica che è la vera carnefice; è la banalizzazione di un fenomeno secolare, complesso, atroce, per il quale le parole sono importanti e, purtroppo, ancora sbagliate.

Questa sentenza giunge a poca distanza dalla Giornata internazionale contro la violenza sulle donne e a poche settimane da quando Amnesty International ha chiesto l’immediata scarcerazione di Loujain al-Hathloul, Nassima al-Sada, Samar Badawi, Nouf Abdulaziz e Maya’a a-Zahrani , attraverso la voce di Lynn Maalouf, vicedirettrice per il Medio Oriente e l’Africa del Nord dell’organizzazione non governativa.

Amnesty International ha fatto notare ai leader del G20 tenutosi virtualmente in Arabia Saudita il 21 e 22 novembre che, mentre raccontano al mondo che l’emancipazione femminile è in cima alla loro agenda, le cinque attiviste che si sono battute per l’autonomia e i diritti delle donne sono ancora in carcere, in quanto accusate di minare la sicurezza e l’unità nazionale. Anche in questo caso la narrazione cerca di contraffare la realtà.

Proprio le parole – e qui c’è del paradosso – hanno condannato alla gogna mediatica il famigerato vocabolario Rocci di greco antico, che, lo scorso 7 dicembre, ha pubblicato sulla sua pagina social il significato della parola “γυναικονόμος” ossia “il magistrato che ad Atene e in altre città greche era ispettore o sorvegliante dei costumi e dell’abbigliamento delle donne”. La definizione è stata accompagnata dal commento “dai Greci abbiamo solo da imparare”. Verrebbe da chiedersi se non ci fosse proprio nient’altro da imparare da chi ha piantato le radici della civiltà e del pensiero dell’uomo. Il post è stato rimosso, “perché urtava molte sensibilità”. Anche in questo caso sul modo di comunicare ci sarebbe molto da discutere.

E anche qualora il post fosse stato ironico – come si legge in alcuni commenti – quando si allude ad un fenomeno sociale che ha significative ripercussioni nella realtà o ad un’ideologia infame che a fatica di cerca di contrastare, bisogna usare bene le parole o non usarle affatto. Soprattutto se delle parole si è fatto il proprio mestiere.

Martina Santamaria

Martina Santamaria ha conseguito una laurea triennale e una laurea magistrale in Filologia, Letteratura e Storia dell’Antichità all’Università degli Studi di Bari “Aldo Moro” e ha conseguito un master in Giornalismo all’Università “La Sapienza” di Roma. Collabora con la rivista L’Espresso.

Immagine: Il dipinto di Giuditta che decapita Oloferne di Artemia Gentileschi, 1612-1614 circa, Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte (Q378) © ph. Luciano Romano / Museo e Real Bosco di Capodimonte 2016. La mostra “Artemisia” alla National Gallery di Londra (link) è stata spostata a causa del Covid-19 e sarà aperta al pubblico dal 2 dicembre 2020 fino al 24 Gennaio 2021.