Nel film Equilibrium di Kurt Wimmer, del 2002, una società distopica, figlia di quelle immaginate da George Orwell e Aldous Huxley nei loro celebri libri 1984 e Mondo Nuovo, persegue l’ordine sociale attraverso la repressione delle emozioni umane ottenuta per via farmacologica, obbligando ciascuno all’autosomministrazione di un farmaco, l’equilibrium da cui il titolo, che le blocca sul nascere, rendendo i rapporti tra gli esseri umani freddi e formali.

L’assunto, frutto di una deriva totalitaria e inquietante del positivismo applicato alle scienze umane, vede l’uomo ridotto a una “res” manipolabile al pari di una provetta in un laboratorio di chimica e da qui scaturisce l’idea che sia lecito e auspicabile coartare semplicemente ciò che di esso non appare funzionale allo scopo, come immagineremmo effettivamente di fare nel caso ci rapportassimo a un oggetto meccanico, per esempio un’ automobile o un computer.

Nonostante il taglio grottesco a cui il film sottopone questa visione dell’essere umano, il quale facilita l’assunzione di un approccio critico, essa è in realtà decisamente pervasiva e spesso tacitamente accettata da chi la subisce. I successi della scienza e della sua applicazione tecnologica hanno nella storia a più riprese introdotto la pretesa di una estensione delle scienze dure a quelle sociali, pensiamo al darwinismo sociale e alla fondazione di quella pseudoscienza chiamata eugenetica, a opera di Francis Galton, il cugino di Darwin. Egli credette di poter generalizzare le teorie del suo più celebre parente riguardo alla selezione naturale dei caratteri ereditari, per elevarle a criterio del controllo sociale operato attraverso la soppressione fisica di coloro i quali, essendo portatori di patologie fisiche e mentali, vere o presunte che fossero, erano automaticamente etichettati come devianti dalla medicina dell’epoca e quindi considerati né più e né meno come delle erbacce da estirpare.

Il testo di riferimento di questa dottrina, che portò vari paesi del mondo, tra cui gli Stati Uniti, il Canada, la Svezia e la Germania Hitleriana a sterilizzare prima e a uccidere poi, nel caso del programma Atkion t4 nazista, queste persone, è Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute, scritto nel 1920 dallo psichiatra Alfred Hoche e del giurista Karl Binding.

Un’altra manifestazione di quest’idea deterministica e riduzionista della società si ebbe negli Stati Uniti con la teoria psicologica del comportamentismo, sviluppatasi grazie all’opera James Watson e rimasta in auge fino agli anni sessanta. Nel libro del 1948 Walden Two, lo psicologo Burrhus Skinner, sulla base degli assunti di tale teoria, ipotizza una società basata sulla programmazione del comportamento dei suoi membri fin dalla nascita, attraverso il condizionamento operante, scoperto da Jerzy Konorski e studiato dallo stesso Skinner sui ratti da laboratorio. Egli verificò se la frequenza con la quali tali ratti, posti all’interno della famosa Skinner box, premevano una leva aumentava se tale comportamento veniva rinforzato ricompensandolo con del cibo, erogato subito dopo che l’animale aveva effettuato questa azione. Lo psicologo americano nel libro mostra di credere che questo concetto possa essere generalizzato al punto da renderlo il cardine dell’intera società umana, utilizzandolo per impiantargli in pratica un senso morale dall’esterno.

Oggi molte persone, in una deriva antitetica e non meno pericolosa del positivismo scientifico, sembrano mettere in dubbio l’efficacia e l’utilità dei vaccini, compreso quelli sviluppati contro il Covid, eppure in pochi si domandano se la somministrazione degli psicofarmaci possa determinare conseguenze negative per la saluta umana. La foga igienista di molti medici e psichiatri nei confronti di semplici fluttuazioni dell’umore, le stesse che qualsiasi persona normale sperimenta almeno qualche volta nel corso dell’anno e che attualmente sono ancor più sollecitate a causa degli effetti diretti e indiretti della pandemia, trova una piena collusione nelle ideologie più in voga nei mass media e in molte organizzazioni sociali, secondo le quali tutti dovrebbero cercare di adeguarsi a insensati standard di bellezza, perfezione ed efficienza fisica e mentale, in modo non troppo dissimile a quanto prefigurato nei libri e film distopici citati in precedenza.

La medicalizzazione delle emozioni negative comporta l’imposizione di un equilibrium che mira a negare le differenze di carattere e a mantenere così l’ordine esistente: una prospettiva da incubo che analizziamo punto per punto nel nostro ultimo libro Il coraggio delle emozioni (ai tempi del coronavirus), edito da Meltemi, con il quale abbiamo provato a dare voce a emozioni, modi di essere e di pensare che di solito sono poco valorizzati dalla cultura scientifica e di massa.

Gianluca Ciuffardi e Tommaso Perissi

Nota sugli autori: Gianluca Ciuffardi, psicologo, si occupa di epistemologia costruttivista ed è membro dell’EBTA (European Brief Therapy Association) e Tommaso Perissi, Laureato in Psicologia generale e sperimentale, ha condotto studi e ricerche sulla percezione del tempo; hanno scritto Il coraggio delle emozioni (ai tempi del coronavirus), Meltemi editore, 2020.