Quella epigenetica è stata una rivoluzione silenziosa ma significativa, un capitolo della biologia moderna le cui implicazioni scientifiche, mediche e sociali devono ancora essere comprese fino in fondo: infatti l’epigenetica ha dato avvio ad una branca della biologia molecolare che studia le mutazioni genetiche e la trasmissione di caratteri ereditari non attribuibili direttamente alla sequenza del DNA.

Nell’introduzione a Epigenetica (Ediesse, 2018) Flavio D’Abramo, ricercatore al Max Planck Institute di Berlino, mostra come l’idea del genoma come un’entità statica altro non era che un’approssimazione figlia dei tempi. Il libro inizia ricostruendo la contrapposizione tra epigenesi e preformazione e ripercorrendo la nascita dell’evoluzionismo all’epoca in cui le forze divine furono escluse dalla spiegazione scientifica. Prosegue poi giungendo alla nascita del neo-darwinismo, inteso come approccio deterministico alla base della moderna genetica. In seguito, il libro colloca i risultati delle ricerche genetiche nei rispettivi contesti ideologici e considera le potenzialità dell’epigenetica in rapporto agli studi in ambito ecologico, in particolare riguardo alla nuova biologia ecologica dello sviluppo. L’ultima parte è incentrata sulle questioni mediche e bioetiche relative all’assistenza clinica, alla cura prenatale e alla medicina del lavoro. Il volume si chiude con due approfondimenti: uno del medico esperto di programmazione epidemiologica Carlo Romagnoli, che colloca l’epigenetica nel contesto politico del biocapitalismo, e uno del biologo e zoologo Alessandro Minelli, sull’interpretazione dei fenomeni evolutivi.

Prima della rivoluzione epigenetica in biologia vigeva un dogma: l’unidirezionalità delle informazioni genetiche, che passano dal genotipo al fenotipo, ossia dal DNA all’organismo. Secondo questa idea, nata con Darwin e Mendel e sistematizzata da August Weismann, l’evoluzione della specie avviene unicamente attraverso la selezione naturale che “sceglierebbe” le mutazioni casuali più adatte all’ambiente. Grazie all’epigenetica abbiamo scoperto invece che l’ambiente influisce sull’espressione genetica attraverso meccanismi che solo oggi iniziamo a comprendere.

L’idea è in realtà molto antica e fu sostenuta già da Aristotele e Kant, eppure, la storia dell’epigenesi è una storia movimentata. Il concetto fu introdotto nel ‘700 dal fisiologo C. F. Wolff in contrapposizione alla dottrina della preformazione e giunse al parossismo molti anni dopo, nella Russia di Stalin, il quale, per sostenere la centralità dell’ambiente nella pianificazione agronomica, mise fuori gioco la genetica. In particolare per il tramite dell’agronomo Trofim Lysenko, i genetisti furono infine purgati. Dall’altra parte della cortina di ferro, negli Stati Uniti, si irrigidivano invece le teorie a favore della fissità del patrimonio genetico. La Rockefeller Foundation finanziava Oswald Avery, il quale attribuiva al DNA l’immagazzinamento e il trasferimento della memoria biologica, e Watson e Crick, scopritori della struttura a doppia elica del DNA. La tensione e la contrapposizione tra le due posizioni scientifiche si innestò così sulla divisione del mondo in blocchi e fu quindi anche frutto di determinate condizioni culturali e geopolitiche, una battaglia che le due superpotenze combatterono a colpi di teorie e pratiche scientifiche.

Per molti anni quindi l’epigenetica si trovò per così dire tra l’incudine e il martello, priva di strumenti e sostegno economico. Eppure l’idea della staticità del genoma era già stata contestata dalle prime ricerche del ‘900 e fu definitivamente confutata dal padre dell’epigenetica Conrad Waddington. Oggi disponiamo anche delle conferme a livello molecolare che l’ambiente contribuisce allo sviluppo degli organismi. Inoltre, abbiamo scoperto che la trasmissione delle memorie cellulari non avviene solo in maniera verticale, il materiale genetico non passa cioè unicamente dai genitori ai figli, ma anche orizzontale, attraverso lo scambio di informazioni tra organismi di specie diverse. La microbiologia ha infatti mostrato che il nostro DNA è costantemente modulato o metabolizzato da milioni di batteri interni ed esterni al nostro corpo.

Virus e batteri sono così artefici delle nostre strutture biologiche e coordinano i geni per far si che le cellule si sviluppino lungo determinate traiettorie. Una prospettiva di ricerca molto interessante, specie in epoca di pandemia.

Manuel Guidi

Manuel Guidi è laureato in filosofia all’Università di Roma “La Sapienza”, Dottore di Ricerca in filosofia e antropologia all’Università di Parma; è stato ricercatore
presso la cattedra di filosofia sociale e del diritto della prof.ssa Rahel Jäggi all’Università von
Humboldt di Berlino.

Flavio D’Abramo, L’epigenetica, 2018, Ediesse.