La complessità e la frenesia dei nostri quotidiani contemporanei spesso ci mettono alla prova, al punto tale che la salute mentale sta diventando una delle principali preoccupazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Tra le varie domande che gli psicologi si pongono c’è anche un ambito che si interroga sull’ambiente nel quale sono immerse le persone: sia quello culturale che quello ambientale. Ma possono realmente il verde e la natura, le opere d’arte o l’architettura, l’organizzazione della nostra giornata influire realmente sul nostro generale stato di benessere psico-fisico? Paolo Inghilleri nel libro I luoghi che curano (Raffaello Cortina 2021, 164 pp.), ha dimostrato come la complessità della nostra società ci coinvolge con modalità estremamente pervasive, con una tale quantità di informazioni, concetti e situazioni che ci stressiamo e facciamo fatica a scegliere.

Così diventiamo «dividui un particolare concetto coniato dall’antropologo Arjun Appaduraj per indicare come solo parti di noi stessi ritrovano coinvolte in certe situazioni. Dubbi e ripensamenti permangono anche dopo le scelte e a volte, quando le decisioni ormai prese non volgono verso le vie che speravamo, ci assalgono ripensamenti e rimpianti che possono evolvere in ansia e depressione.

Inghilleri dimostra in questo testo come “specifici meccanismi legati alla cultura e a una certa organizzazione sociale rendono fragile l’individuo, lo sottopongono a fattori stressanti, minano o distruggono la sua integrità psichica e conducono all’insorgenza di specifici disturbi e patologie mentali”.

Infatti, spiega come “a causa delle possibilità potenzialmente illimitate di raggiungere nuove conoscenze, nuove relazioni interpersonali, nuove notizie, nonché di acquistare con lo stesso budget di spesa innumerevoli prodotti mediante Internet, tutto diventa provvisorio, instabile e, soprattutto, apre la strada all’insicurezza delle nostre scelte, all’ansia di sbagliare, al dubbio che ci sia sempre qualcosa di migliore che non abbiamo sfruttato. Si apre così, ancora, la strada all’ansia e all’autocolpevolizzazione”.

Alla domanda se “può essere, cioè, che questa specie di “epidemia”, questo forte aumento di casi, dipenda da dinamiche sociali, da blocchi dello sviluppo legati al rapporto con i genitori o all’educazione?”, Inghilleri trova risposte sia nell’ambito dell’organizzazione sociale che ci appartiene sia nell’ambito della psicologia ambientale.

Nel primo ambito trova risposte nell’educazione dei bambini che si adattano meglio alla società avendo la sicurezza degli affetti come una “pentola d’oro delle relazioni”, una sorta tesoro al quale tornare sempre e dal quale attingere sicurezza, conforto quando le cose non andranno come desiderato.

Ma Inghilleri individua anche nella complessità delle nostre società dei paradossi che gravano sulle persone come una sorta di costante negoziazione tra l’individuo e le regole culturali del suo agire sociale: “La dialettica tra norme sociali e libertà individuale dev’essere quindi considerata dal punto di vista dell’appartenenza culturale. Abbiamo già visto come per noi occidentali, che viviamo in società sostanzialmente individualistiche, sia in genere molto difficile capire come sia possibile provare un senso di libertà seguendo le regole e come ciò rappresenti quasi un paradosso. In altre culture –  le società cosiddette collettivistiche, secondo la definizione dello psicologo delle organizzazioni Geert Hofstede – questo meccanismo psicologico è invece un pilastro del vivere sociale; ciò vale per molte società asiatiche, per esempio quella giapponese, quella cinese o anche quella indiana, per le quali si parla addirittura di un Sé interdipendente, un Sé che trova senso e identità solo in quanto appartenente a gruppi e in quanto regolato dai sistemi gerarchici della società”. Ecco dunque che malgrado le vaste definizioni che definiscono la nostra società come quella del benessere, emerge il paradosso di un disagio legato proprio alla complessità sociale e ai suoi pre-supposti.

Ma qual è il margine di questo doversi adeguare e dover subire le regole della società e della cultura per ottenere in cambio non solo sicurezza e protezione, ma anche il sentimento così strutturante di appartenere a una famiglia, a un gruppo, e di far parte di una continuità sia biologica sia di valori e di idee? Se il medico e antropologo canadese Paul Farmer parla di inevitabile violenza strutturale la ricerca psicologica ha trovato nell’ambiente molte risposte interessanti.

L’ambito oggi molto sviluppato della psicologia ambientale è quello relativo agli effetti della natura sulla nostra mente e sul nostro corpo: “La psicologia ambientale è quella parte della psicologia che studia in che modo l’ambiente, naturale e antropizzato, influenza i nostri processi psichici e, d’altro canto, come la nostra mente lo percepisce e lo vive; un altro aspetto di cui si occupa è relativo ai comportamenti a favore dell’ambiente e della sostenibilità. Un ambiente ci trasmette emozioni positive e ci piace quando viene compreso in modo veloce ed è facile attribuirgli un senso e, contemporaneamente, può essere esplorato attivamente e lo si può conoscere meglio.

Ma che cosa succede se frequentiamo parchi e giardini, se viviamo in case o quartieri ricchi di verde, se, essendo bambini o anziani o malati, possiamo frequentare, o almeno vedere, alberi, orti, giardini? Gli studi dimostrano che c’è sia una rigenerazione dell’attenzione che un recupero dallo stress, specialmente se l’ambiente ha quattro caratteristiche principali:

“coerenza, cioè deve assomigliare a ciò che già si conosce e ai propri schemi cognitivi; leggibilità, cioè deve contenere informazioni che ne facilitino la comprensione; complessità, cioè deve essere ricco di stimoli sia percettivi sia simbolici; mistero, cioè deve indurre la sensazione di poter conoscere, frequentandolo, qualcosa di nuovo sia del luogo sia in assoluto o rispetto a se stessi. E dopo gli studi pionieristici di Kaplan e Ulrich sulla rigeneravità dell’ambiente, un ampio corpus di ricerche ha ampiamente dimostrato che l’esposizione ai paesaggi naturali produce effetti positivi a diversi livelli, dallo sviluppo cognitivo ed emotivo alla salute individuale alla resistenza ai traumi.

Ecco dunque che il recupero di luoghi e persone significative per l’esperienza di ognuno di noi riprendono un ruolo centrale nelle facoltà di curare. Una prospettiva utile, specie in questo tempo di Covid nel quale tante abitudini e frequentazioni sono limitate. Un modo per pensare ad un futuro delle relazioni forse più semplice, ma anche più a dimensione umana.

Melissa Pignatelli

Immagine: Il museo e la Villa Borghese a Roma, aperta dal lunedi al venerdi quando il Lazio è in zona Gialla link per info qui.

Paolo Inghilleri è professore ordinario di Psicologia sociale presso l’Università degli Studi di Milano. I suoi interessi di ricerca riguardano la relazione tra biologia, mente e cultura, l’etnopsichiatria e la psicologia ambientale. Nelle nostre edizioni ha pubblicato I luoghi che curano (2021) e ha curato Psicologia culturale (2009).

“Non c’è salute senza salute mentale” afferma l’Organizzazione mondiale della sanità. La salute mentale è infatti parte integrante della salute e del benessere e ad essa è dedicata la Giornata mondiale che si celebra ogni anno il 10 ottobreL’obiettivo è sensibilizzare la popolazione sull’importanza della diagnosi precoce e favorire l’accesso alle cure, aiutando a superare pregiudizio, stigma e paure. Quest’anno la Giornata, organizzata dalla Federazione mondiale per la salute mentale e sostenuta dall’Oms, dall’International Association for Suicide Prevention e dalla United for Global Mental Health, è dedicata alla prevenzione del suicidio. Nel mondo circa 800.000 persone muoiono ogni anno per suicidio che è ritenuto la seconda principale causa di morte tra i 15 e i 29 anni.

Il tasso di mortalità per suicidio in Italia è pari a 6 per 100mila residenti (più basso della media europea, pari a 11 per 100mila). Tale quota aumenta con l’età, passando da 0,7 nei giovanissimi (fino a 19 anni) a 10,5 negli anziani, con valori 4 volte maggiori nei maschi rispetto alle femmine. Nella classe di età tra i 20 e i 34 anni, il suicidio rappresenta una rilevante causa di morte (12% dei decessi).

Per approfondire vai alla pagina World Mental Health Day 2019 dell’OMS.