Zygmunt Bauman in Retrotopie (Editori Laterza, 2018) aveva individuato una tendenza generalizzata nel mondo globalizzato a guadare con nostalgia al passato.

Proprio come un’utopia al contrario, la “retrotopia” implica una fuga dal presente percepito come incerto e insicuro, per rifugiarsi in un passato tanto rassicurante quanto mitizzato. Una fuga resa evidente dalla crescitadei flussi migratori umani, che si è tradotta tra l’altro nella restaurazione di antichi confini nazionali. La vera sfida per superare quelle istituzioni tipiche dello Stato-nazione verso cui le retrotopie tendono risiede dunque nella capacità di pensare un nuovo modo per vivere insieme.

Tutti coloro che sono chiamati a dire una parola sui migranti non riescono a superare l’argine della gestione rigorosa, del controllo legale, del “dobbiamo intervenire aiutandoli a casa loro”, del “tutti i paesi europei devono fare la loro parte”. Come se i processi migratori fossero un problema che ci investe nostro malgrado, che subiamo passivamente e che quindi dobbiamo arginare, oppure rispetto al quale non abbiamo responsabilità alcuna.

Cosi si susseguono considerazioni del tipo in fondo sono loro che vogliono venire qui, nessuno li ha invitati, noi vorremo continuare la nostra vita nelle nostre città, liberi da stranieri disperati che danno fastidio, son