Pupetta mora, africanina
Piccolo fiore di orientalina
Labbra carnose dolce pupilla
Tutti i tuoi figli si chiameran Balilla

              “Africanina (Pupetta mora)” di Daniele Serra

 

Il colonialismo fu, spesso, un’impresa quasi unicamente maschile, una struttura di potere in cui, come principali attori, figuravano i conquistatori europei e gli “important men” locali.

Lo spazio coloniale era oggetto di fantasie di potere prevalentemente maschili: uno spazio in cui l’uomo poteva mostrare la propria mascolinità e affermare la propria virilità, all’interno di una cornice erotica, ove all’occupazione della terra si accompagnava il possesso delle donne locali; la terra vergine che veniva “penetrata” diventava la metafora della conquista.

Fotografie di donne africane, quasi sempre nude e scoperte, immortalate in pose sensuali, passavano di mano in mano, fomentando i desideri di conquista; le narrazioni delle donne locali come disponibili, dalla libido incontrollabile e dalla sessualità sfrenata, contribuivano a veicolare un senso di accesso e di possesso, inevitabili e privi di ostacoli.

La rappresentazione della donna eritrea nel discorso dell’imperialismo italiano non manca di offrire le suddette caratteristiche: essa assumeva i contorni di una Venere nera, era cantata come regina di bellezza, piccolo fiore dalle labbra carnose. Un corpo silente, oggetto di uno sguardo desiderante, che è spesso stupito dell’impossibilità di prenderne possesso violentemente, come mostrano le parole di un colono, il quale, in una lettera inviata al console Piacentini nel 1911, lamentava che “in un paese di conquista, come l’Eritrea, non fosse permesso al dominatore bianco di impadronirsi colla violenza di queste ragazze, od almeno non fosse loro imposto un prezzo molto minore” (Volpato, La violenza contro le donne nelle colonie italiane. Prospettive psicosociali di analisi, 2009, p.114).

Le voci di queste donne non sfuggono alle pratiche selettive della memoria e della storia: i loro volti, i loro desideri, le loro intenzioni e azioni, quasi mai registrate, sono, con lo scorrere dei giorni, andate perse…e il loro ricordo è ridotto all’esotizzante “Faccetta nera”.

Tuttavia, le loro tracce, contenute nelle poche testimonianze raccolte a partire dagli anni Novanta del XX secolo, o nei documenti redatti dai colonizzatori, permettono, seppur cautamente, di avvicinarsi alle loro figure, postulando versioni alternative di una narrazione passivizzante e vittimizzante delle loro persone.

La Colonia primogenita

A partire dal 1890 il territorio dell’attuale Eritrea venne dichiarato ufficialmente colonia italiana, la cosiddetta Colonia primogenita. Negli intenti dei colonizzatori essa rappresentava il punto di partenza per un’espansione in Etiopia, il reale e principale obiettivo degli italiani.

Tuttavia, tali mire conquistatrici furono fortemente ridimensionate a partire dalla sconfitta subita dall’esercito italiano ad Adua, nel 1896. L’evento è ricordato come la peggior disfatta che un’armata di colonizzatori abbia subito da parte di un esercito di colonizzati. Fu Mussolini che, nel corso degli anni ’30, ne riadattò l’uso, per farne un incentivo alla conquista dell’Etiopia: sarebbe stata la rivalsa dei vinti.

L’imperialismo italiano subì il colpo finale con la disfatta sofferta ad Amba Alagi, nel 1941, a causa della quale l’Italia perse le colonie del Corno d’Africa; perdita che venne suggellata nel 1947, in occasione del Trattato di Parigi.

Le forme delle relazioni lecite

In colonia, il benessere dei militari e, più in generale, dei coloni italiani, doveva essere assolutamente mantenuto e assicurato. Questi erano, solitamente, uomini giovani, la cui virilità e mascolinità, divenute oggetto di una retorica che le elevava a caratteristiche di prestigio, prendevano forma nelle relazioni sessuali.

Tuttavia, in Eritrea, nel 1905, vi era una presenza di donne e uomini italiani particolarmente sbilanciata: il rapporto era di 1 a 5.5. Le donne italiane, infatti, erano caldamente scoraggiate dal trasferirsi in colonia, a causa, principalmente, del clima e delle condizioni di vita, che potevano scalfirne la supposta fragilità. A ciò si aggiungeva una motivazione di carattere economico e razziale: il giungere in colonia delle donne bianche, accompagnate dai figli, comportava l’aggravarsi delle spese per il loro mantenimento, accrescimento a cui non tutti erano in grado di adempiere. D’altra parte, poiché il tenore di vita degli italiani doveva essere marcatamente più elevato di quello degli africani, al fine che potesse anch’esso riaffermare continuamente una superiorità, una separazione e una differenza, alcuna diminuzione poteva essere tollerata; pertanto, solamente ai coloni di alto rango era permesso portare mogli o compagne dall’Italia in colonia. Per tali ragioni, gli uomini rivolgevano la loro attenzione alle donne africane.

Fino all’avvento del Fascismo in Italia, vi erano due forme di frequentazione interrazziale, maggiormente praticate da italiani ed eritree: la prostituzione e il concubinato. La prima era soggetta a un forte interventismo statale: le prostitute erano segregate in bordelli, controllati dal corpo di polizia dei Carabinieri, esse dovevano possedere una licenza per poter portare avanti tale attività e, soprattutto, erano soggette a frequenti visite mediche, al fine di verificare il loro stato di salute. Qualora, infatti, avessero mostrato i segni di malattie sessualmente trasmissibili, sarebbero state confinate in ospedali speciali, chiamati Sifilicomi.

La pratica di concubinato, che in Eritrea prendeva il nome di “madamato”, assumeva la doppia funzione di soddisfare le esigenze sessuali e i bisogni di domesticità dei coloni, al fine di ricreare il calore del focolare lasciato in patria. Il madamato erauna relazione intima, a termine, riscontrata in tutte le zone di occupazione italiana, senza obblighi di alcun tipo da parte dei soggetti implicati, e che, normalmente, veniva conclusa dall’uomo.

Nella narrazione coloniale, esso veniva giustificato sulla base dell’esistenza di relazioni temporali, di stampo coniugale, precedenti l’arrivo degli italiani.

Il riferimento era, nello specifico, al démoz, una forma di unione coniugale a termine, diffusa tra la popolazione tigrina dell’altipiano: esso veniva suggellato da un accordo, stipulato tra i due soggetti contraenti, la donna e l’uomo, che decretava degli scambi economici, diritti e doveri tra le parti, e che, sovente, tutelava la figura femminile. Infatti, era fatto obbligo all’uomo di mantenere la donna per tutta la durata del contratto, e di riconoscere e mantenere i potenziali figli, nati dall’unione. Per il riconoscimento del padre in quanto tale, erano sufficienti le parole della donna, espresse sotto giuramento, le quali assumevano valore probatorio. Nulla di tutto ciò era riscontrabile nel madamato.

Sebbene già nel 1905 il Procuratore del Re, Ranieri Falcone, esprimeva il suo dissenso nel tollerare le unioni tra uomini italiani e donne eritree, fu solamente con la conquista dell’Etiopia che venne costituito un apparato di leggi e di politiche rivolte all’ambito sessuale, al fine di limitare ed eliminare i rapporti intimi, colpevoli di “superare la linea del colore”. In un certo senso, l’estremo interventismo del Fascismo sbarcò in Eritrea a partire dal 1936.

Aut Imperium aut Voluptas

In linea con l’affermazione di Mussolini, “l’Impero si conquista con le armi, ma si tiene con il prestigio”, a partire dalla costituzione dell’Impero dell’Africa Orientale, per mantenere il governo e il controllo delle colonie, era necessaria una separazione netta tra cittadini e sudditi. Una riaffermazione, continuamente ripetuta, della distinzione “bianco/nero”, legata all’intoccabilità della superiorità e al prestigio della razza bianca, e che veniva perseguita mediante forme di controllo sessuale.

La minaccia dell’insabbiamento, dell’italiano che diventa nativo, che si confonde con la collettività che deve governare, che si innamora della donna africana, mostrando l’arbitrarietà e la porosità delle categorie razziali, nella vicinanza intima con l’altro, inclinava e minava la struttura stessa del potere.

Le politiche sessuali diventarono lo strumento per tracciare i confini tra colonizzati e colonizzatori, per marcare le figure di potere e i soggetti che ne erano privi, nonché per costruire l’identità stessa delle comunità coloniali, “immaginate”, di europei e africani.

Il 19 aprile 1937 venne varata una legge che proibiva le relazioni di indole coniugale tra cittadini e sudditi, criminalizzando il concubinato interrazziale, mentre la legge n.822 del 13 maggio del 1940, le Norme relative ai meticci, non permetteva ai genitori italiani di riconoscere i figli nati da tali relazioni, né di mantenerli in alcun modo, decretandone, di fatto, la stigmatizzazione e la discriminazione sociale, se non, addirittura, l’abbandono.

Peraltro, è possibile evincere l’irrilevanza del ruolo delle donne dall’esclusività della punizione, che toccava solamente l’uomo.

 

L’arrivo delle donne italiane

A partire dagli anni Trenta, a fronte dell’irrigidimento dei confini tra colonizzati e colonizzatori, il trasferimento di donne italiane in colonia venne altamente incentivato.

Esse assolvevano a due funzioni principali, entrambe, per amor di patria.

Da un lato, infatti, alle donne bianche era affidato il compito di contrastare e limitare le unioni interrazziali, contribuendo a suggellare la separazione tra cittadini e sudditi: a tal fine, esse dovevano diventare le custodi della morale e del prestigio italiano, dovevano rappresentare l’esempio più alto di virtù e temperamento. In questo, si costruivano come antitetiche rispetto alla degenerazione dei costumi delle donne native, arginando la deviazione dell’uomo italiano.

D’altro lato, le donne bianche, chiamate a raccolta in colonia, avevano il compito di riprodurre il contesto domestico della madrepatria, e, come priorità, la creazione di una famiglia di razza pura. Pertanto, donne italiane e donne eritree erano portate a competere in sottomissione e dedizione nei riguardi del colonizzatore.

Da parte loro, le donne africane vennero allontanate dai focolari, dalle attività domestiche, dai lavori di balie e di babysitter. Esse vennero etichettate come colpevoli della degenerazione della razza italiana, perdendo qualsiasi ruolo pubblico.

 

Le bandiere della prostituzione

L’unica forma di relazione intima e interrazziale consentita divenne la prostituzione.

Una prostituzione controllata, disciplinata, nascosta e rinchiusa, ma assolutamente ineliminabile, poiché rispondente alle pulsioni sessuali dei cittadini, e necessaria alla preservazione del loro benessere.

Una prostituzione in cui le donne eritree venivano segregate in case di tolleranza, ove una bandierina colorata assegnava loro il target di clienti con cui potevano rapportarsi: le case per gli ufficiali di alto rango, contrassegnate da una bandierina gialla, avevano i costi più elevati; le case per i militari nazionali, erano indicate con una bandierina verde; le case, infine, per gli indigeni, per i militari e per i civili, recanti una bandierina nera, presentavano la tariffa più bassa.

In linea con Sorgoni, poiché era fatto divieto alle prostitute di accompagnarsi con clienti appartenenti a una categoria differente, le bandierine andavano a significare e a classificare anche e soprattutto le donne stesse: “Il colore della bandierina divenne cioè un marchio indelebile sul corpo delle donne” (Sorgoni, Parole e Corpi, 1998, p.246).

Ingannatrici, oppresse, combattive

L’identità delle madame, i loro desideri, le loro motivazioni, sono, purtroppo, di difficile raggiungimento e ricostruzione. Se vi si ha notizia, essa si coglie, principalmente, nei documenti prodotti dai bianchi, ove vengono descritte, simultaneamente, come femme fatale, come oggetti del desiderio, come vittime inermi della povertà, o come scaltre manipolatrici, capaci di ingannare il cittadino per guadagnar maggior denaro o per spingerlo a esaudire i loro desideri, e, infine, come spie per i compagni nativi.

Dalle parole di Tertulliano Gandolfi, contenute in I misteri dell’Africa italiana: “In Eritrea per madame s’intendono quelle donne avventuriere che capitano lì da tutta l’Abissinia in cerca di… uomini bianchi da pelare. Appena che una madama arriva trova subito l’acquirente, mediante un compenso in talleri che varia – a seconda della merce più o meno bella od avariata – dai cinquanta ai tremila…(etc.) Si sa che in tutti i paesi del mondo le donne hanno sempre fatto istupidir gli uomini, ma mai come nella nostra Eritrea… questa al riguardo è un’oasi di degenerazione…(etc.) Esse hanno l’abilità straordinaria di far parlare gli uomini tra carezze e baci” (Gandolfi, 1910, pp. 148-152).

Grazie a testimonianze raccolte a partire dagli anni Novanta e mediante studi storiografici e antropologici (come Parole e Corpidi Barbara Sorgoni, Memorie del colonialismo italiano fra le donne eritree: la storia di Frewini di Giulia Barrera e Madamismo and Beyond: The construction of Eritrean women di Ruth Iyob) è possibile supporre che le vite che esse conducevano eccedevano le riduzioni operate nella maggior parte delle narrazioni coloniali: i loro ritratti, così come le caratteristiche delle relazioni che intessevano con gli italiani e i nativi, erano particolarmente variegati, sfaccettati e complessi.

Esse potevano trovarsi costrette a diventare madame o prostitute, a causa di contraenti di natura economica, o del desiderio di evadere da situazioni oppressive. D’altro canto, la decisione di intrattenere dei rapporti sessuali o amorosi con gli italiani poteva configurarsi come una scelta legata “alla voglia di divertirsi” o al “lato ludico della faccenda quando, con involontaria ironia, il governo “chiamava tutte le donne puttane coi tamburi per fare festa” in onore di Graziani” (Barrera, Memorie del colonialismo italiano fra le donne eritree: la storia di Frewini, 2005, p. 86) o come possibilità di guadagno economico, di elevazione di status, diventando, le madama, intermediarie cruciali fra gli eritrei e gli italiani.

Come riporta Iybo in Madamismo and Beyond: The construction of Eritrean women, esse instauravano una rete di clienti che permetteva loro di assumere un ruolo chiave anche nella società di provenienza: raccogliendo informazioni utili per i movimenti nazionalisti anticolonialisti e ospitando i loro incontri clandestini nelle taverne da loro possedute, costoro contribuirono, infatti, alla resistenza nativa, alla lotta contro il fascismo e contro il dominatore straniero.

Il regime coloniale italiano, lungi dall’attuare una forma di conquista e occupazione dal carattere debole, giustificante la quasi totale assoluzione che pervade, oggi, come ieri, le coscienze della memoria nazionale e collettiva (in cui, quando vi subentra, esso viene narrato come un colonialismo buono, inevitabilmente causato dall’onnipresente “italiani brava gente”) e l’assenza di trattazione e approfondimento nei manuali storiografici, nel tentativo di imporre una nuova morale, un ordine politico ed economico, e di mantenere un controllo pervasivo del territorio, sebbene sempre arterioso e mai capillare, si procurò strumenti ideologici, giuridici, discorsivi e pratici, che individuarono nella sfera femminile, nelle relazioni sessuali e intime alcuni dei campi di più intenso sviluppo, nevralgico e necessario.

Tali strumenti agirono, in particolare, sui corpi delle donne eritree, le quali, come si è visto, più che subirne passivamente gli effetti, risposero attivamente e in maniera variegata ai contraenti di classe, razza e genere, espressi, simultaneamente, nella situazione coloniale.

Elena Rebecca Cerri