Quando ci si accosta alla conoscenza di un sistema sociale differente dal nostro bisogna mettere in gioco vari aspetti dell’osservazione e dello studio. Primo tra tutti è il processo che ci vede svestirci delle proprie categorie interpretative senza cadere nella trappola che ci porta ad analizzare una diversità unicamente dal nostro punto di vista. Il giudizio di uno studioso, che sia un antropologo che si sofferma su una specifica pratica rituale o che sia uno psicologo che cerca di razionalizzare il formarsi di una specifica forma di nevrosi in un contesto culturale, deve sempre essere scisso da coinvolgimenti morali (o moralizzanti).

Ciò che riguarda lo studio delle diversità nella loro totalità premette una visione – da parte dello studioso – che fa luce, alla fine, su un sostrato culturale che produce nella realtà il divenire di una specifica società. Quest’ultima, all’occhio dell’osservatore, apparirà come un sistema che risponde ad un determinato codice su cui si ascrive il comportamento di una collettività. Su questo punto si deve inserire il lavoro d’indagine e ricostruzione di una struttura sociale, per giungere poi a quella profondità culturale e psicologica che dia le risposte agli interrogativi di uno scienziato sociale.

Come dice Clifford Geertz:
«Si devono capire tanto l’organizzazione dell’attività sociale, le sue forme istituzionali, quanto i sistemi di idee che lo animano, come pure la natura delle relazioni esistenti tra di loro» (Geertz, 1987: 341).

Questi sistemi di idee svolgono un preciso ruolo all’interno di un sistema sociale. Esse rappresentano per un verso la struttura sociale intrinseca, per un altro verso sono lo specchio, che fa luce sulle basi ideologiche che producono quel determinato comportamento della collettività. Inoltre, bisogna aggiungere che su quelle stesse idee si inserisce la razionalità che sta alla base di un inconscio consensus di fronte a quelle pratiche prodotte dalle stesse idee che animano la struttura del sistema sotto osservazione. Attraverso il consensus si giunge alla comprensione della normalizzazione di una determinata pratica sociale identitaria.

Gettando uno sguardo sull’Occidente, possiamo affermare che noi occidentali, quando ci poniamo nei confronti di qualsiasi forma di diversità manifestiamo nella dimensione inconscia una latente refrattarietà al processo di cui parlavamo inizialmente, ovvero lo svestirsi di certe categorie interpretative che rappresentano unicamente il nostro punto di vista sulle cose. Il nostro contesto territoriale e sociale da sempre viene presentato, da tutti gli strumenti del comunicare, come il contesto egemonico di fronte al globo. Un’egemonia che si riassume quasi nell’essere occidentali. Questo è l’elemento che identifica fortemente ciò che da sempre ha rappresentato l’ostacolo per lo studio della diversità: l’etnocentrismo. Ovvero la posizione che tende a vedere il proprio punto di vista come il punto di riferimento dell’analisi.

Il discorso fin qui svolto funge da introduzione alla focalizzazione di una figura determinante sul panorama delle discipline etno-antropologiche italiane: Ernesto De Martino. Napoletano, è stato un antropologo e storico delle religioni che a partire dal secondo dopo-guerra si è soffermato sullo studio di contesti sociali, arcaici e popolari del Sud Italia. L’aspetto più importante per il nostro discorso, che riguarda aspetti del suo pensiero, risiede in ciò che lo studioso ha definito come «etnocentrismo critico».

Questo nasce da un meccanismo di ribaltamento di quel concetto che è passato alla storia del pensiero come «storicismo pigro», la cui genesi è legata ad un’altra figura molto importante della cultura italiana, Benedetto Croce. Quest’ultimo guidava una scuola di pensiero che tendeva ad enfatizzare una certa superiorità occidentale. Una superiorità che si connotava nel leggere le comunità sociali che risiedevano al di fuori del bacino occidentale come inferiori o diverse. Questa posizione, sia da un punto di vista pubblico che accademico, nello studio di tali società portava a vedere un impiego ozioso. Queste posizioni, fortemente etnocentriche, in quanto portavano una corrente di studiosi del periodo (prima metà nel Novecento, intorno agli anni ‘20) a distorcere la visione della società hanno reso De Martino il vero argine a queste visioni fittizie del reale, basate su alcuna scientificità.

L’etnocentrismo critico, dunque, diventa una risposta forte e dura a quella tradizione culturale crociana che giungeva a conclusioni semplicistiche nei confronti della diversità. Ma l’etnocentrismo critico in che cosa consiste? Procediamo per gradi.

Partendo, dunque da un ribaltamento delle tesi crociane sulla diversità, l’etnocentrismo critico di De Martino pone le basi per una concezione nuova della diversità culturale, influenzando non soltanto l’antropologo, ma lo studioso in generale. De Martino è perfettamente consapevole che l’Occidente è una società superiore, ma la novità che porta la sua teoria, evidenzia il fatto che tale superiorità non sia un qualcosa di demarcante (come poteva essere per il Croce e la sua scuola) ma al contrario diventa una capacità di comprendere che la diversità si può trasformare in una risorsa. L’antropologo napoletano, proponendo questa tesi, cerca di superare il dualismo “egemonico/subalterno” che in un’ottica di valorizzazione del progresso funge, in realtà, da ostacolo. Dunque, l’etnocentrismo critico, diventa un processo riflessivo che l’individuo occidentale attua su di sé, criticando per l’appunto la sua visione monotematica della razionalità culturale di una società.

Infine, bisogna far luce sul fatto che De Martino opera nell’entroterra del Sud Italia, in un periodo storico in cui in certi contesti culturali più interni del Meridione si praticava la magia. Quest’ultima rappresentava lo strumento attraverso cui combattere ogni angoscia esistenziale di fronte al divenire dell’esistenza. Non è questa la sede in cui dissertare sul magismo negli studi demartiniani, ma il tema principale è quello di comprendere che l’umanità non è un sistema olistico in cui le parti singole possono spiegare la complessità, ma al contrario l’umanità è un sistema che abbraccia le diversità in quanto “razionalità culturali con le proprie peculiarità specifiche”.

Il criticismo insito nella teoria etnocentrica di De Martino serve a comprendere quest’aspetto per un’esistenza volta al rapporto positivo tra elementi culturali diversi. Lo stesso autore insisteva sul fatto che noi occidentali dobbiamo superare le nostre Colonne d’Ercole al fine di giungere a quel progresso che caratterizza l’umanità come un sistema complesso basato sul dualismo unità-totalità.

Maurilio Ginex