Nella prima metà del Novecento, quando Antonio Gramsci osservava le contraddizioni della società in cui viveva, l’egemonia culturale era rappresentata dalla borghesia. Questa aveva il dominio sui proletari, quella classe operaia venuta fuori dalla proliferazione della società industriale. I proletari, dal momento che la borghesia era la classe egemonica, rappresentavano la classe subalterna.

Il rapporto tra l’egemonia culturale della borghesia e la subalternità del proletariato è l’oggetto d’analisi di uno dei Quaderni di Gramsci scritto durante la sua permanenza in carcere sotto il regima fascista: nel particolare stiamo facendo riferimento al numero XXV, intitolato “Ai margini della storia”. In questo scritto Gramsci spiega che le classi subalterne sono tali perché non hanno il potere di auto-rappresentarsi di fronte al divenire della storia.

Gramsci inizia la sua analisi a partire da un problema di fondo che strutturava in un certo senso la contraddizione creata dall’egemonia culturale borghese, ovvero, un problema che risiedeva in una errata unificazione italiana. La borghesia settentrionale cercava l’unificazione con i grandi proprietari terrieri, mantenendo nell’oblio il Mezzogiorno. Quest’ultimo, territorio indiscusso in cui le classi subalterne si arenavano di fronte al procedere della storia, diveniva, dunque, la vittima sacrificale utile per portare l’Italia al di fuori di una condizione di arretratezza economica identificata nella condizione agricola.

Nell’ottica gramsciana, dunque, il problema del Mezzogiorno stava nel fatto che l’organizzazione statale rendeva privilegiata soltanto una parte della società. Per tale ragione, possiamo in un certo senso dire, che l’egemonia si manifestava e agiva separando il sistema sociale. Gramsci si auspicava, dunque, che quella società rurale di contadini del Sud agisse per redimersi di fronte al proprio divenire storico-sociale, arginato da una politica sociale dettata dal dominio borghese. Un’azione che doveva poi giungere ad un’unione con quel ceto operaio del Nord che di fronte all’egemonia dello Stato Borghese subiva lo stesso destino. Qui subentra la posizione di un socialismo che agisce secondo i termini di una politica sociale, che porta il sistema ad essere ribaltato in seno ad un appianamento dei diritti e delle differenze create dall’egemonia.

E’ importante ricordare la frase lapidaria di Gramsci in polemica con Treves: “non esiste «una democrazia in generale», esistono invece «due democrazie: quella borghese e quella operaia, che si escludono a vicenda, che non possono esistere simultaneamente nello stesso paese». Molto radicale la posizione espressa da Gramsci in questa frase, una posizione che veniva fuori dal dibattito sulla Rivoluzione Russa, ma che presenta – a livello concettuale – degli spunti funzionali al focus qui trattato.

Gramsci, di fatto, non si poneva a favore di un’autonomia divisa tra contadini del Sud e operai del Nord, come poteva essere per Salvemini, poiché i due poli rappresentavano quell’altra faccia della democrazia in contrapposizione allo Stato Borghese. Gramsci, al contrario di Salvemini, proponeva un’alleanza tra contadini ed operai al fine di un superamento totale della separazione tra Nord e Sud, senza imboccare la via dell’autonomia dei due ceti. Questa era la via da percorrere al fine di una creazione di un ordine sociale nuovo, in cui il potere veniva impugnato dalla classe operaia subalterna. La formula della «dittatura del proletariato» era quella che rispecchiava il quadro concettuale in cui Gramsci proponeva l’instaurazione e la normalizzazione di un nuovo Stato «nel quale confluiscono le esperienze istituzionali della classe oppressa, nella quale la vita sociale della classe operaia e contadina diventa sistema diffuso e fortemente organizzato».

1.2 Le classi subalterne e la Storia.
Il problema fin qui posto ha messo in luce la posizioni di Gramsci di fronte ad una società basata sull’egemonia culturale dello Stato Borghese. Un obiettivo basato sull’intenzione di abolire il potere egemonico della borghesia che progrediva sulla carcassa di una società volutamente frammentata. La questione delle classi subalterne ne poneva altre parallele, tra cui quella dell’importanza della Storia definita da Marx, ovvero un processo di realizzazione dell’uomo totale e interamente autocosciente. Una condizione di ristagno quasi cogente dettato dal dominio culturale di una società che remava in controtendenza. Non avevano il potere di auto-rappresentarsi di fronte alla Storia. E’ da evidenziare un aspetto di Marx che poi si traduce nelle intenzioni di Gramsci. Per Marx come per Engels «[…] la storia non fa niente, essa non “possiede alcuna enorme ricchezza”, non “combatte alcuna lotta”! E’piuttosto l’uomo, l’uomo reale, vivente, che fa tutto, possiede e combatte tutto; non è la “storia”, che si serve dell’uomo come mezzo per attuare i propri fini, come se essa fosse una persona particolare; essa non è altro che l’attività dell’uomo che persegue i suoi fini».

L’uomo è il nucleo fondante del processo storico che cambia una società. La condizione alienata delle classi subalterne poteva essere ribaltata nel momento in cui vi fosse un processo di consapevolezza alla base dell’azione ai danni dello Stato Borghese. Gramsci, nel suo proporre una via per l’istituzionalizzazione di uno Stato Nuovo, proponeva un’azione volta ad un processo di consapevolizzazione da parte delle classi oppresse, al fine di un ribaltamento della condizione in cui vivevano. Il problema della Storia, e dell’assenza di una classe di fronte ad essa, poteva essere risolto dunque nell’unione di teoria e pratica, per dirla con le parole dello stesso Gramsci: «[…]la teoria per semplice estensione si fa pratica, cioè affermazione della necessaria connessione tra l’ordine delle idee e quello dell’azione». Il far coincidere teoria e pratica accelera il processo storico, che sarà il prodotto dell’azione di ribaltamento della condizione alienata da parte dell’individuo o della collettività oppressa. È in questo processo di conciliazione che vede Gramsci, dunque, che la storia, per come la intendevano Marx ed Engels, viene utilizzata dall’uomo come attività per perseguire i propri fini.

Conclusioni
I temi fin qui svolti rappresentano la storia della nostra società, ma il fatto che oggi ci ritroviamo a vivere in tempi lontani da quelli in cui o Gramsci o Marx pensavano e teorizzavano non significa che il nostro sistema sociale non presenti dei “dislivelli interni di cultura delle società dette superiori” per come li definiva Alberto Maria Cirese. Oggi probabilmente le classi subalterne non sono rappresentate dai contadini ma da figure come potrebbero essere quei dipendenti di aziende e multinazionali che rappresentano i piccoli tasselli di un mosaico. Oggi probabilmente, sotto mentite spoglie rispetto al passato, quella tenaglia che poneva sotto scacco il Meridione esiste ancora. Il Sud resta relegato nel fondo di un Paese che sembra godere di una certa rappresentanza internazionale soltanto a partire dai dettami e dalle regole di un Nord, che per l’appunto diventa rappresentate di un’egemonia culturale. Il Sud rimane ancorato a quella storia che l’ha visto sempre come il rappresentante territoriale e il portatore delle caratteristiche di una subalternità sociale in cui si innestano tutte le mancanze di una reale democrazia unitaria per come la poteva intendere Gramsci.

Oggi, in fondo, sotto le stesse mentite spoglie, probabilmente i rapporti di forza non sono cambiati e l’egemonia culturale agisce sempre nei termini di una separazione da ciò che differisce, ovvero il mondo subalterno.

 Maurilio Ginex

Antonio Gramsci, Quaderni dal carcere, Edizione critica a cura dell’Istituto Gramsci di Valentino Gerratana, ed. Giulio Einaudi, 2014