Le donne hanno iniziato a reclamare la propria posizione nella società dalla Rivoluzione francese. Con Olympe de Gouges e la sua “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, hanno dato il via alle lotte per la propria emancipazione economica, politica e sociale.

Invece, gli uomini negli anni hanno continuato a ricoprire la stessa posizione di potere egemone, aderendo ad un concetto di mascolinità tradizionale e statico, quasi stagnante. L’APA (American Psychological Association) l’ha definito come “segnato dallo stoicismo, competitività, dominio e aggressività, nel complesso, dannoso”; caratterizzandolo come adesione ad una serie di atteggiamenti di genere, che si manifestano più frequentemente nei comportamenti maschili.

Questa stereotipizzazione del concetto di mascolinità ha limitato nel tempo la libertà di espressione e d’identità degli uomini, limitandoli a costrutti di genere come l’incapacità di esprimere emozioni, la prestanza fisica, la capacità nella lotta.

Per secoli questo status è stato un punto di forza, ma adesso siamo davanti ad un’eredità tossica che non si adatta più al ruolo dell’uomo e della donna nella società moderna. L’esigenza delle donne di combattere per vedere riconosciuti i propri ruoli, le proprie facoltà e competenze, da una parte ha permesso di esplorare ed imporre un concetto di “femminilità” molto ampio e variegato, dall’altra ha condizionato la posizione dell’uomo, che si è ritrovato a fare i conti con la presenza di donne in ambiti prima impensabili da poter raggiungere.

Questa invasione ha sicuramente smantellato l’equilibrio di un sistema maschile dominato da un concetto di mascolinità da molti definito tossico. Andrea Waling però, sostiene che utilizzando il termine “mascolinità tossica” continuiamo a collocare gli uomini in una posizione di vittime di un’entità vaga piuttosto che evidenziare la loro azione nella riproduzione della stessa. Hearn invece, pensa che il concetto di egemonia mascolina ha avuto un particolare successo nell’individuare i modi in cui alcuni uomini dominano donne e altri uomini.

Come sostiene però il sociologo Connell, la mascolinità è dinamica, si articola nell’intreccio con altri fattori sociali come la generazione, l’identità etnica e la classe sociale; non basta definirla come un modo di agire. Lo studioso aggiunge inoltre, che la mascolinità è riferita a un insieme specifico e noto di qualità, divulgata da approcci positivisti che ne hanno monopolizzato la spiegazione, imponendone una specifica concettualizzazione. La difficoltà nell’approccio alla questione, per una ridefinizione più fluida, si trova proprio nel fatto che la mascolinità è un frame disegnato collettivamente nella cultura e sostenuto dalle istituzioni. Come ritiene Michael Moller, se la mascolinità però è socialmente costruita, allora ci devono essere le condizioni in cui può cambiare. Ancora, se le mascolinità sono malleabili, almeno in una certa misura, allora diventa meno necessario convivere con quelle articolazioni che sono dannose. Sicuramente la strada per una riconcettualizzazione del termine, che Andrea Waling chiama “sana mascolinità”, in risposta alla “mascolinità tossica” (per incoraggiare gli uomini ad impegnarsi in espressioni di mascolinità che non sono dannose per gli altri, o per sé stessi), è lunga.

Kuhn nel suo “The structure of scientific revolution” fa riferimento proprio al processo di riorientamento di un paradigma (modelli esplicativi) dominante nell’ambito scientifico. Ciò avviene perché il “modo di pensare” sino ad allora regnante, viene messo in discussione dalla comunità scientifica, che prova disagio e insoddisfazione nel seguirlo, perché inadatto a risolvere aree problematiche. Questo passaggio non può essere lieve, ma avviene attraverso una rottura, perché questi paradigmi sono chiusi, incommensurabili e autosufficienti.

Così il tradizionale concetto di mascolinità per essere superato deve essere rivoluzionato. Come le donne continuano ancora oggi, dopo secoli, a lottare per essere viste al pari degli uomini, così quest’ultimi dovranno lottare per non rimanere intrappolati nella propria concezione virile.

Camilla Fondi

Camilla Fondi è laureanda in Sociologia all’Università “La Sapienza” di Roma.

Riferimenti bibliografici:

Pappas Stephanie (2019). Apa issues first-ever guidelines for practice with men and boys. Monitor on Psychology, 50.
Andrea Waling (2019). Problematizing ‘Toxic’ and ‘Healthy’ Masculinity for Addressing Gender Inequalities. Australian Feminist Studies. Vol.34, 362-375.
Hearn Jeff (2004). From Hegemonic Masculinity to the Hegemony of Men. Sage Journals. Vol.5, 49-72
Connell Robert (2005) Masculinities. (Sydney: Allen & Unwin).
Moller Michael (2007). Exploiting Patterns: A Critique of Hegemonic Masculinity. Journal of Gender Studies, 16:3,
263-276
Kuhn Thomas (1962, 1970). The Structure of Scientific Revolutions, The University of Chicago.